CHIAMATI IN CAUSA, I VECCHI CARRISTI RISPONDONO

Lo scorso 4 maggio, in occasione del 162° anniversario dell’Esercito Italiano, il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, nel suo intervento si è soffermato, tra le altre cose, sul tema dell’addestramento e della carenza di poligoni: “troppo pochi e troppo piccoli – ha detto – per soddisfare le nostre minime esigenze”. Ha poi lamentato la disattenzione su questo tema fondamentale per l’efficienza dell’Esercito aggiungendo che: “sono mesi che i media specializzati dibattono su quale sarà il prossimo carro da battaglia dell’Esercito senza porsi problema se l’equipaggio di quel carro potrà mai addestrarsi sul territorio nazionale. Sembra un tema che non appassiona.” “Eppure – ha continuato chiamando in causa i “vecchi carristi” – un equipaggio addestrato vale almeno 10 volte qualunque carro da combattimento per quanto moderno esso sia e lo sanno bene i vecchi carristi!

Non sono il più vecchio dei carristi ma, poiché tutti tacciono, sento il dovere di dire la mia. Tutti sanno che l’addestramento del personale è solo uno dei fattori che concorrono a determinare e a misurare la capacità operativa di un’unità combattente di qualsiasi arma/specialità. Gli altri fattori sono: le prestazioni/affidabilità degli armamenti/equipaggiamenti in dotazione; l’aderenza del supporto logistico; il morale (ivi incluso lo spirito di corpo); l’inquadramento disciplinare di quadri e truppe; lo stato dell’arte dell’organizzazione preposta al C3I (comando, controllo, comunicazioni, informazioni). Come tutti sanno,  la capacità operativa è data dal prodotto di questi fattori. Gravi lacune lamentate da un’unità anche in uno solo di questi fattori rischiano di compromettere e anche annullarne l’efficienza bellica. L’attuale capacità operativa dei residui reparti che compongono la specialità carristi è ormai ridotta ai minimi termini, dopo l’incessante smantellamento materiale e morale della specialità (il primo caso di Cancel Culture operato all’interno della Forza Armata  ormai un quarto di secolo fa). Nelle tre unità carri superstiti, le deficienze sono infatti riscontrabili in tutti i citati fattori di efficienza. L’addestramento lacunoso evocato dal signor Capo di SME nel suo discorso in occasione delle recenti celebrazioni a Piazza del Popolo in Roma, per la festa dell’Esercito è quindi solo una (minima) parte dei problemi che soffocano la specialità. L’analisi della situazione in cui versano i carristi a venticinque anni dalla loro trasfusione dall’Arma di fanteria a quella di cavalleria è impietosa.

MBT C1 Ariete

Lo sanno tutti ma tutti fingono che non sia vero. I carri attualmente in dotazione (C1 Ariete) sono giunti al termine della loro vita tecnica dopo oltre venti anni di servizio. Il primo lotto dei 200 esemplari costruiti non è impiegabile e neppure rimodernabile per problemi – noti e irrimediabili – alla corazzatura. L’intera linea, (entrata a suo tempo in servizio con grave ritardo) non è mai stata sottoposta ad aggiornamento e oggi tutti sanno che il carro Ariete è qualitativamente inferiore a qualsiasi altro modello di carro in dotazione ai paesi della NATO. È in atto un programma di ammodernamento di 125 esemplari che però avrà inizio e termine negli anni Trenta, se tutto andrà bene… Al momento, l’efficienza della linea carri dell’Esercito è minima per atavica mancanza dei pezzi di ricambio. Ciascuno dei tre reggimenti superstiti (nove compagnie carri in totale, contro le 54 esistenti a fine anni ‘90) ha meno di una decina di mezzi in grado di muovere e sparare. La situazione è tale che gli equipaggi ed i comandanti hanno ben poche possibilità di istruzione e di addestramento. E comunque nulla possono fare oltre all’addestramento, che perciò resta un esercizio fine a sé stesso. Negli ultimi 15 anni gli equipaggi carristi sono stati impiegati più che a bordo dei carri armati come reparti di fanteria presidiaria in operazioni di supporto alla polizia e più raramente come reparti di fanteria leggera in alcune missioni fuori area. Tutto ciò ha avuto gravi ripercussioni sul morale dell’intera specialità, anche a causa dello scarsissimo rispetto che gli appartenenti alla cavalleria di linea continuano a mostrare nei confronti dei carristi e che talvolta rasenta il disprezzo. 

Del resto, storicamente parlando, il carro armato non ha mai avuto grandi estimatori in Italia. 

Dal punto di vista operativo, inoltre, ai carri C1-Ariete non sono mai stati affiancati idonei veicoli corazzati di supporto come carri contraerei, carri recupero e soccorso, carri gittaponte, carri sminatori, pionieri, veicoli corazzati ambulanza, e veicoli per la fanteria meccanizzata ecc. 

IFV VBM Freccia 8×8

È l’intera componente corazzata italiana ad essere stata letteralmente smantellata. I reggimenti carristi, infine, continuano a non disporre ancora di alcuna capacità esplorante, di sorveglianza del campo di battaglia e di acquisizione lontana degli obiettivi data l’assoluta mancanza di droni, nuovi mezzi di combattimento che in Ucraina si stanno rivelando l’arma decisiva del combattimento terrestre. In queste condizioni, a dir poco drammatiche, in cui versa la specialità, limitarsi a parlare unicamente delle scarse possibilità di addestramento, significa voler sviare dai ben più gravi problemi che condizionano l’efficienza combattiva delle unità corazzate su cingolo. Può fare molto effetto parlare in pubblico di addestramento lacunoso a causa dell’indisponibilità di poligoni e – come si è visto il 4 maggio – consente di raccogliere facili applausi. Ma ha poco senso quando non ci sono quasi più carri armati in condizioni di marciare e quei pochi che si mettono in moto non hanno cingoli di ricambio o motori di riserva. I vecchi carristi sanno che il carrista più addestrato al mondo può far poco se il suo carro è più lento e meno agile e meno potente di quelli avversari (lo vediamo in Ucraina), se i suoi sistemi di puntamento e di visione notturna sono datati, se manca di: apparato di navigazione, di caricatore automatico, di sistema di brandeggio elettrico della torretta, di mitragliatrice esterna azionabile dall’interno, di telecamere di visione a giro d’orizzonte, di sistema antincendio aggiornato, di corazzature antimina o di protezione del cielo della torretta, di sistema di allarme e di ingaggio automatico dei missili in arrivo, di riservetta munizioni protetta, ecc. Che morale e che voglia di addestrarsi possono spingere i carristi quando sanno di avere pochissimi veicoli a disposizione e per giunta di scarsa efficienza meccanica e tecnicamente inferiori a quelli degli eserciti alleati e nemici? In merito all’insufficienza delle aree addestrative per le unità corazzate, il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito sa bene che l’unica via realisticamente percorribile per risolvere la carenza di poligoni sul territorio nazionale – oltre a quella di ricorrere sempre di più alla simulazione, come fa l’US Army a Grafenwoehr, in Germania, dove già 44 anni fa ho visto con i miei occhi simulatori che consentivano l’addestramento di un intero gruppo tattico corazzato con relativo posto comando – è quella di trovarsi all’estero, come fa da anni, ad esempio, il Royal Army britannico che si addestra in Canada e in Germania. Anni fa si era trovata la soluzione creando a Capo Teulada, in Sardegna, unico poligono in Italia dove si possa sparare con munizionamento da guerra un complesso della forza di un battaglione carri, un ricco deposito di mezzi corazzati che venivano presi in prestito dal personale dei reparti che vi si avvicendano. Oggi sarebbe da ricreare tale soluzione in qualche poligono estero, tipo Varpalota in Ungheria, dove lasciare in permanenza corazzati di seconda linea da utilizzare solo per scopi addestrativi. Ciò avrebbe il risultato di risparmiare dall’usura la meccanica i mezzi di prima linea e di addestrare convenientemente reparti corazzati ad azioni manovrate su ampi spazi ed all’impiego del proprio armamento senza le stringenti restrizioni di campane di sgombero poligono. Il deposito di mezzi corazzati dismessi di Lenta, nel Novarese, è ricco di carri armati, veicoli da trasporto truppe e semoventi d’artiglieria da ricondizionare e non mancano nemmeno le società in Italia in grado di svolgere tali lavorazioni (Marconi e Le Goriziane). 

Il Generale Portolano, Segretario Generale della Difesa e Direttore Nazionale degli Armamenti, qualche mese fa, in audizione alle Camere, ha ammesso la possibilità e la convenienza di rigenerare i Leopard 1 italiani per la fornitura all’Ucraina. Del resto è anche in atto da anni un programma di ammodernamento e miglioramento delle versioni speciali basate su scafo Leopard 1, quali quelle gittaponte, recupero e pioniere, destinate ai reggimenti del genio e carri. L’unico problema è forse che, al di là delle chiacchiere dei

Discorsi ufficiali, manca proprio la volontà di avere reparti corazzati efficienti e pronti al combattimento. 

Noi “vecchi carristi” conosciamo troppo bene le ragioni che impedirono alle armi combattenti dell’Esercito Italiano di trovarsi pronte per affrontare le situazioni della guerra meccanizzata e vorremmo che quegli errori non si ripetessero mai più. Per poter addestrare, i Carristi Italiani devono tornare a esistere – innanzitutto – nella volontà, nei programmi, nelle attenzioni e nelle decisioni di chi ha la responsabilità di reggere l’Esercito.

Fonti foto: archivio privato; Flickr; EI

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