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LE CAPACITÀ STRATEGICHE DELLE FORZE ARMATE ITALIANE-LA MARINA MILITARE

La scoperta di nuovi giacimenti petroliferi e di gas nel Mediterraneo Orientale, congiuntamente all’evoluzione delle tecnologie che consentono l’accesso alle risorse energetiche sottomarine, ha generato nuove competizioni, legate non solo alla possibilità di sfruttamento di tali risorse, ma anche e soprattutto alla garanzia del rispetto del diritto internazionale e alla tutela degli interessi nazionali. Il deterioramento complessivo del quadro geostrategico è poi ulteriormente gravato dal terrorismo internazionale che, dopo una parentesi in cui ha assunto una connotazione anche territoriale – oggi largamente ridimensionata – continua a costituire una minaccia diffusa e immanente, anche in relazione al ritorno dei foreign terrorist fighters nei paesi di origine, che vede l’Europa e l’Italia potenzialmente coinvolte. 

Punto di snodo strategico tra Europa, Medio Oriente e Nord Africa è il bacino del Mediterraneo, che si conferma, pertanto, un epicentro dell’instabilità globale, con le inevitabili conseguenze che ciò comporta per la nostra sicurezza. Se a ciò si aggiunge il fatto che attraverso il mar Mediterraneo – che pure rappresenta solo l’1% della superficie acquea globale – transitano il 20% del traffico marittimo mondiale nonché il 65% dei flussi energetici destinati al nostro continente, risulta evidente come la sicurezza dell’Europa – e dunque dell’Italia – sia prioritariamente legata alla sicurezza e alla stabilità del Mediterraneo allargato, riflettendosi coerentemente nella politica estera e di difesa che il nostro Paese dovrebbe avere. 

Il Mediterraneo allargato si configura dunque come un’area la cui stabilità rappresenta un’esigenza vitale per il nostro Paese, e dove è dunque necessario assicurare presenza e proiezione in tutti e cinque i domini al fine di prevenire in profondità le principali minacce alla nostra sicurezza nazionale. 

Per far fronte a tali sfide, come riportato del Documento Programmatico Pluriennale della Difesa per il triennio 2020-2022, la Marina Militare, dovrà: 

“…essere in grado di assicurare, senza soluzione di continuità, la difesa e la sicurezza integrata degli spazi marittimi di sovranità nazionale, attraverso attività di presenza e sorveglianza, protezione delle linee di comunicazione marittime d’interesse strategico, tutela delle risorse e delle attività economiche nelle aree di prioritario interesse nazionale e polizia dell’alto mare. Contestualmente, la componente marittima dovrà garantire la proiezione di forza dal mare e sul mare, operando nel più ampio spettro di conflittualità, anche in scenari ad alta intensità, e in dispositivi interforze e/o internazionali, garantendo capacità di comando e controllo, proiettabilità, ingaggio di precisione di obiettivi in ogni dominio, a supporto delle altre componenti…”

Nei futuri scenari operativi, quindi, lo strike in profondità (deep fire), contro obiettivi di alto valore strategico (pesantemente difesi da bolle A2/AD, Anti-Access/Area-Denial) sarà assolto da armi a fuoco indiretto a lunga gittata, che dovranno inoltre creare “corridoi” per permettere la penetrazione in profondità delle forze d’attacco. 

È indubbio che unità e assetti vincolati a singoli ruoli e specializzazioni è un lusso che un paese come l’Italia – con stanziamenti limitati per il comparto Difesa ma interessi globali – non può certo permettersi. 

La Marina Militare ha recentemente (ottobre 2020) validato il cacciatorpediniere Andrea Doria (allo stato attuale l’unica unità della Marina abilitata) per il lancio del missile antinave TESEO Mk-2/A Block IV, arma derivata dal progetto italo-francese degli anni ’60 OTOMAT. Si tratta tuttavia di un’arma obsoleta, accreditata di una gittata massima di 180 km, con un profilo di volo lineare che, insieme alle notevoli dimensioni, la rendono facile preda dei sistemi di difesa di punto (CIWS). A conti fatti, le unità della Marina Militare, allo stato attuale, sono prive di sistemi missilistici land attack e di missili supersonici antinave. 

Per ciò che concerne la componente subacquea, nei prossimi anni verranno acquisiti (fondi permettendo) 4 nuovi battelli U-212 NFS, che si andranno ad aggiungere ai quattro U-212A (classe Salvatore Todaro) già in servizio nella Flotta. Anche per i prossimi sottomarini la Marina non prevede, al momento, la possibilità che imbarchino missili da crociera (tipo MBDA SCALP NAVAL). 

I futuri scenari marittimi saranno multi-dominio, le dottrine d’impiego, la tecnologia e le capacità saranno caratterizzate da una estrema volatilità, incertezza e ambiguità. Occorre possedere l’abilità di colpire a lunghissima distanza con estrema precisione. L’avvento dei sistemi missilistici supersonici e ipersonici (quest’ultimi capaci di velocità superiori a mach 5) – capaci di sviluppare durante il volo manovre evasive e colpire l’obiettivo anche a distanze elevate (superiore ai 1.000 km) – hanno aumentato la vulnerabilità di qualsiasi piattaforma, soprattutto quelle navali.

Da qui la necessità di adottare un concetto dove ogni unità navale che viene progettata e varata deve essere predisposta per affrontare gli scenari operativi futuri. Dunque forze navali con sistemi specialistici attuali, in base alla missione, ma anche quelli che potrebbero essere necessari in futuro per affrontare le minacce in ogni dominio. Parliamo di una Marina Militare (Navy in motion) predisposta a mutare a seconda della minaccia, adattando la risposta e consentendo così un notevole risparmio di risorse economiche.

Appare ormai evidente che i repentini sviluppi della tecnologia continuano a cambiare le caratteristiche dei conflitti, introducendo sempre nuove tipologie di armi. Una Marina Militare che voglia rimanere competitiva deve per forza accettare la sfida, concentrando le future dottrine d’impiego su armamenti innovativi e in grado di rappresentare una deterrenza nei confronti di un eventuale avversario. Una simile Rivoluzione Militare non dovrà solo interessare le unità navali ma anche il personale, sia dal punto di vista della formazione che dall’addestramento, in modo tale da permettere alla Forza Armata di essere in grado di dare il proprio contributo alle nuove strategie e dottrine d’impiego. 

Tali sviluppi tecnologici obbligheranno la Marina a considerare alcuni fattori operativi.

Un primo fattore riguarda, per le unità navali, la capacità di difendersi da sciami di droni suicida (il drone israeliano Harop ha una testata esplosiva del peso di 23 kg e un raggio d’azione di 1.000 km) lanciati da piattaforme aeree. Le unità necessitano quindi di nuovi sistemi di difesa ravvicinata, come ad esempio le torrette a controllo remoto equipaggiate con mitragliere a canne rotanti (calibro 30, 35 mm), ma anche sciami di mini missili superficie-aria a corto raggio che possano contrastare, col medesimo concetto operativo, i suddetti sciami attaccanti. 

Il secondo fattore riguarda le capacità combat che le unità navali potranno esprimere e che sono date essenzialmente da sistemi missilistici antinave e land attack (ma anche missili superficie-superficie tattici, sparati da lanciarazzi pesanti), oltre che dalle artiglierie (calibro 76 e 127 mm), in grado di sparare munizionamento guidato tipo DAVIDE e VULCANO.

Terzo fattore è la polivalenza, intesa come capacità di fronteggiare situazioni in cui molto spesso il livello di minaccia è variabile. Allo stesso tempo la polifunzionalità è una condizione necessaria per garantire una cooperazione con le forze e anfibie e/o forze speciali, condizione che coinvolgerà anche unità combattenti con connotazioni non tipicamente anfibie.

In linea con questa concezione polivalente, il programma PPA (classe Thaon di Revel) ne rappresenta la sintesi migliore. Nella versione full, infatti, costituiscono un mix ottimale tra sensori, armamento difensivo e offensivo, nonché la possibilità di operare con una task force anfibia/operazioni speciali. Per quest’ultima capacità, una delle maggiori innovazioni introdotte con la classe Thaon di Revel è rappresentata dalle due zone modulari, una posta al centro in coperta e una a poppa al di sotto del ponte di volo, che permettono di operare con diverse tipologie di imbarcazioni. Nel complesso si potrebbero trasportare 5 RHIB, oppure 3 RHIB e 2 LCVP (Landing Craft Veichle Personnel) MDN, tale disponibilità di natanti permetterebbe di effettuare colpi di mano anfibi da parte dei fucilieri della Brigata Marina San Marco, sfruttando la copertura che offrirebbero il pezzo da 127/64 mm e, qualora fossero installati, i missili land attack TESEO Mk-2/E. Proprio le dotazioni di armi costituiscono la nota dolente di queste nuove unità navali, in quanto al momento sono state finanziate solo tre PPA in configurazione full.

Anche per quanto concerne la progettazione delle future LPD, che dovranno sostituire, le ormai obsolete, classe Santi, si dovrà tenere conto della polivalenza. Le nuove unità anfibie della Marina dovranno essere dotate di artiglieria, missili antinave e avere le capacità di coordinare l’impiego di UAV/UCAV. 

Con un dislocamento di 5.000 tonnellate, le nuove unità anfibie stealth dovrebbero avere una velocità elevata e una configurazione finalizzata a ridurre al massimo la tracciabilità radar. Per quanto riguarda l’armamento dovrebbero essere equipaggiate con sistemi di difesa di punto (con cannoni da 35×228 mm) e pezzi da 76/62 mm con munizionamento guidato per l’attacco ad obiettivi terrestri; si potrebbe pensare, inoltre, all’installazione dei missili superficie-aria a medio raggio CAMM-ER, lanciabili da contenitori installati sul ponte. 

Un modo economico per dotarsi di capacità antinave sarebbe quello di imbarcare lanciarazzi campali (come gli MLRS), oppure proporre un sistema mobile ruotato (in grado quindi di sbarcare) equipaggiato con missili con capacità land attack, come per esempio i norvegesi NSM (Naval Strike Missile), già adottati dal Corpo dei Marines degli Stati Uniti.

Fonti foto: militaryleak.com; defense.gouv.fr; space.com; Wikimedia; MBDA Italia; garystockbridge617.getarchive.net

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