NUOVI ATTORI E SCENARI OPERATIVI NELLE OPERAZIONI MULTI-DOMINIO

Pochi conflitti, negli ultimi anni, hanno fornito lesson learned come quello attualmente in corso in Ucraina. 

Nello specifico è stato messo in evidenza come, in un conflitto convenzionale/ibrido, il concetto di Operazioni multi-dominio (Mdo) diventi preminente al fine di raggiungere gli obiettivi strategici prefissati. 

Le Mdo (dottrina elaborata negli Stati Uniti, in risposta allo scemare del primato americano nella competizione con le altre Potenze) sono un approccio strategico molto più flessibile rispetto a quello tradizionale, incentrato sulla conoscenza perfetta delle proprie capacità e sulla creazione di diverse alternative di azione. Lo scopo è quello di avere un’ampia sincronizzazione delle attività, ottenere la libertà di azione e creare confusione strategica per gli avversari contemporaneamente in più o tutti i domini d’azione: terrestre, marittimo, aereo, spaziale e cyber.

Il concetto di multi-dominio va oltre quello di interforze (joint), semplice sommatoria degli obiettivi delle diverse componenti; nell’approccio multi-dominio gli obiettivi stessi sono unitari fin dal principio. 

L’obiettivo non è quello di ottenere la superiorità in un dominio specifico, ma assicurarsi la libertà di azione in ogni dominio a seconda delle esigenze, anche contemporaneamente, attraverso sistemi mobili, flessibili, distribuiti e in costante comunicazione tra loro (Forze NetCentriche).

La minaccia dei nuovi scenari operativi richiede un adattamento dell’attuale comprensione del campo di battaglia da parte della Joint Force. Gli avversari hanno ampliato il campo di battaglia in quattro modi: nel tempo (fasi), domini, geografia (spazio e profondità) e attori. Hanno offuscato la distinzione tra azioni “al di sotto del conflitto armato” e “conflitto”. 

Potenziali avversari hanno anche ampliato geograficamente il campo di battaglia perché gli effetti delle loro capacità multi dominio sono meno limitati da vincoli geografici e temporali ed estendono il raggio in cui le formazioni sono sotto “contatto”. Infine, si affidano a un numero crescente di attori “non tradizionali”, incluse milizie sovrastatale, per perseguire i propri obiettivi.

In sintesi ci troviamo di fronte a “nuovi campi di battaglia”, così come elaborato nel documento, pubblicato dal Pentagono nel 2018, “The US Army in Multi-Domain Operations, 2028”, il quale fornisce un’ampia spiegazione dei nuovi teatri operativi e del concetto multi-dominio.

Il documento americano delinea il “futuro campo di battaglia”, che si divide, teoricamente, in aree che vanno da 5.000 km di distanza dalla prima linea, fino a oltre 1.000 km in profondità nel territorio nemico. 

L’avvento massiccio della digitalizzazione ha aperto nuovi scenari di vulnerabilità che possono essere sfruttati con attacchi cyber contro infrastrutture energetiche, fondamentali per la sopravvivenza di una nazione. Vi si potrebbe aggiungere una costante opera di disinformazione (fake news) e propaganda, grazie alla diffusione dei social, finalizzata all’indebolimento del fronte interno. 

La Tactical Support Area inizia a 500 km, con l’avvicinarsi alla linea del fronte aumentano le minacce nemiche verso le forze di manovra, nonché le infrastrutture che consentono la mobilità alle spalle della prima linea.

L’area di combattimento vera e propria è identificata come una fascia di profondità pari o superiore a 200 km complessivi, suddivisa fra la Close Area, relativamente sicura, e la Deep Maneuver Area, in cui le forze terrestri si spingono durante i combattimenti. 

A 500 km e oltre di profondità, viene identificata l’Operational Deep Fires Area, zona in cui gli attacchi aerei e di artiglieria colpiscono le capacità tattiche (ma anche strategiche) dell’avversario, come centri di comando e controllo (C2), radar anti-aerei nonché le infrastrutture di sostegno a ridosso della linea del fronte (un raggio d’azione che potrebbe essere alla portata anche del comparto forze speciali).

Nel recente conflitto caucasico, gli UCAV, hanno sostituito i velivoli pilotati nelle operazioni CAS (Close Air Support). Gli armeni non hanno fatto avanzare la propria componente corazzata/meccanizzata al di fuori dell’”ombrello” offerto dai sistemi missilistici superficie-aria (errore invece fatto dagli egiziani nel Sinai durante la Guerra dello Yom Kippur del 1973), ma si sono trincerati in difesa del territorio. Precauzione comunque rivelatasi insufficiente, in quanto il massiccio utilizzo degli UCAV da parte degli azeri, per sopprimere le difese avversarie, hanno prodotto di fatto un corridoio, utilizzato successivamente dai caccia multiruolo – come gli F-16C/D turchi – per colpire le retrovie armene. Gli attacchi dei droni suicida israeliani Harpy e Harop e di quelli turchi TB2 Bayraktar – massicciamente sostenuti da sistemi EW (Electronic Warfare) aviotrasportati – hanno contribuito a distruggere 26 sistemi missilistici superficie-aria, tra cui 5 sistemi a lungo raggio S-300. Inoltre gli azeri hanno potuto avvalersi dei missili superficie-superficie LORA, di fabbricazione israeliana (gittata massima di 400 km e guida GPS e TV), hanno distrutto diverse infrastrutture nemiche. 

Oltre questa area, intorno ai 1.000 km, si individua la Strategic Deep Fires Area, dove è possibile colpire l’avversario solo attraverso strike a lunghissimo raggio.

IL RITORNO DEI CONFLITTI CONVENZIONALI.

Dopo un decennio di conflitti asimmetrici a bassa intensità, dal 2008 gli scenari operativi hanno subito un cambiamento significativo. Basti vedere le operazioni di allargamento e di annessione portate avanti dalla Cina sugli arcipelaghi delle Paracelso e delle Spratly, nel Mar Cinese Meridionale e gli ultimi conflitti in Georgia, Libia, Siria e Nagorno Karabakh e in Ucraina.

Si sta assistendo a una centralità della competizione strategica, alimentata dalla spregiudicatezza delle Potenze tradizionali e dall’ingresso di nuovi attori, disposti ad utilizzare il potere militare per raggiungere i propri obiettivi. Basterebbe pensare all’attivismo dell’Iran nel Golfo Persico e in Siria, piuttosto che alle politiche espansionistiche della Turchia in Libia e nel Mediterraneo Orientale, esempi che evidenziano in modo incontrovertibile la volontà di espandere le rispettive sfere d’influenza tramite gli interventi armati.

Una delle principali partite si gioca sulla corsa ad incrementare le proprie capacità strategiche d’attacco, le quali costituiscono un elemento fondamentale per un paese che volesse recitare un ruolo di primo piano sulla scena internazionale. Infatti, realtà statuali che solo dieci anni fa avevano un gap significativo nei confronti dell’Occidente oggi hanno sviluppato capacità militari di tutto rispetto, in grado di eguagliare se non superare quelle di molti paesi della NATO.

Ne è un esempio l’Algeria, il cui apparato militare è cresciuto sensibilmente negli ultimi anni. La Marina militare algerina può schierare sottomarini classe Kilo (acquistati dai russi) in grado di lanciare missili da crociera russi 3M-14E Kalibr (gittata massima di 300 km) e missili supersonici antinave cinesi CX-1 (gittata massima di 280 km e velocità di Mach 3). Mentre per quanto riguarda le capacità missilistiche della componente terrestre, l’Algeria schiera i missili 9k720K1 Iskander-E (gittata massima circa 280 km).

Per quanto concerne la Turchia, invece, appare evidente la politica espansionistica portata avanti da Ankara in questi ultimi anni. I conflitti in Siria, Libia e Nagorno Karabakh hanno visto le forze armate turche intervenire direttamente e/o fornire istruttori e mezzi. La Marina Militare turca (Türk Deniz Kuvvetleri) rappresenta la punta di lancia delle politiche di potenza regionale dei turchi nel Mediterraneo. Nel 2021 è stata varata la LHD (Landing Helicopter Desk) Anadolu, una nave anfibia con ponte di volo continuo di 27.000 tonnellate di dislocamento (molto simile alla LHD JuanCarlosIII della Marina spagnola). La nuova unità navale di Ankara potrà imbarcare fino a 12 elicotteri e trasportare 45 MBT con un battaglione di fanteria di marina.

Inoltre, vista l’uscita della Turchia dal programma della americana Lockheed Martin F-35 (nello specifico la versione STOVL), la Marina è intenzionata a imbarcare una nuova generazione di UCAV, in grado di operare dal ponte della LHD Anadolu

Il compito di questa nuova unità sarà quello di aumentare la Power Projection della Flotta turca, permettendo alla componente anfibia turca di compiere operazioni di sbarco in tutto il bacino del Mediterraneo. 

Tuttavia sarà la componente subacquea, nei prossimi anni, ad avere il maggiore impulso: tra il 2022 e il 2027 saranno costruiti, dalla Gölcük Naval Shipyard, un sottomarino all’anno, per un numero complessivo di sei battelli, in aggiunta ai 12 classe Gur, Preveze e Atilay già in servizio. In pratica si tratta di sottomarini Type 214 che saranno in grado di lanciare il missile antinave nazionale ATMACA, accreditato di una gittata massima superiore ai 300 km. 

Tali battelli rappresenteranno una capacità di deterrenza non indifferente per le pretese di Ankara sulle dispute territoriali e nei diritti di sfruttamento dei giacimenti di gas naturale nel Mediterraneo Orientale.

Un altro esempio di Potenza regionale che ha saputo adattare le operazioni multi dominio al contesto geopolitico è la Repubblica Islamica.La strategia attuale iraniana si basa su quanto appreso dal conflitto con l’Iraq (1980-88), in cui si è fatto uso sistemico e combinato di missili da crociera, unità sottili d’assalto, sommergibili tascabili e mine navali. Tale strategia ha un unico obiettivo geopolitico: interdire l’accesso allo Stretto di Hormuz, passaggio da cui dipende buona parte del rifornimento energetico mondiale (transitano per lo Stretto circa 20 milioni di barili di petrolio al giorno, che equivale a più del 20% del consumo energetico mondiale).

L’Iran dispone di diversi missili balistici antinave e di alcune batterie costiere equipaggiate con missili cruise.

Dal missile di produzione nazionale FATEH-110 è derivato il KHALJ FARS, a combustibile solido, con una gittata massima di 300 km e una velocità supersonica di Mach 3 (la testata bellica è di 650 kg). Un altro missile interessante è l’HORMUZ, anch’esso derivato dal FATEH-110, rappresenta il primo missile balistico anti-radiazioni attualmente in servizio (la velocità aIsccreditata dovrebbe essere pari a Mach 4). 

Non è certo un mistero che Israele si stia preparando ad attaccare i siti nucleari iraniani. L’avvertimento è arrivato lo scorso dicembre dall’allora Ministro della Difesa, Benny Gantz, che parlando a un evento coi cadetti dell’aeronautica militare ha detto ai futuri piloti di tenersi pronti. 

Tra due o tre anni potreste attraversare i cieli verso est e prendere parte a un attacco a siti nucleari in Iran“, ha sottolineato nel suo intervento destinato a far discutere.

Fonti foto: Wikimedia; Defenceturk; dzkk.tsk.tr; Flickr; topwar.ru; eng.mil.ru

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