//

COMPONENTE PESANTE DELL’ESERCITO: INTERVISTA AL GENERALE LUNIGIANI

La guerra in Ucraina ha riportato l’attenzione degli eserciti della NATO sull’importanza di poter disporre di una componente pesante efficace e altamente addestrata, nonché con un adeguato supporto logistico. A tal proposito abbiamo potuto intervistare il generale di brigata (in congedo) Luigi Francesco Lunigiani, il quale, nel corso della sua lunga carriera, ha maturato una vasta esperienza nei reparti carristi, ha comandato infatti il 132° Rgt Carri della Brigata Corazzata Ariete e in comandi nazionali e alleati.

La guerra ucraina ha riportato l’attenzione su una tipologia di guerra, quella corazzata, che sembrava ormai relegata al passato. Qual è la situazione della componente pesante dell’Esercito Italiano?

La guerra in Ucraina ha di fatto imposto una revisione delle linee di sviluppo delle capacità militari ponendo l’accento sulla concretezza del rischio convenzionale e, quindi, sull’opportunità di disporre nell’ambito della componente terrestre di una componente pesante idonea per efficienza, efficacia, ed operatività a fronteggiare il rischio convenzionale. Il teatro ucraino ha evidenziato che la dottrina operativa russa si fonda come quella sovietica/patto di Varsavia sull’impiego massiccio della componente pesante delle forze terrestri. In altre parole, i russi come i sovietici prima di loro, hanno mantenuto inalterato il loro centro di gravità: le forze corazzate ed il supporto necessario. Prova ne è, il continuo aggiornamento e sviluppo perseguito negli ultimi 30 anni di carri armati che ha prodotto il T-80 e suoi derivati, il T-90 ed in ultimo il T-14 Armata secondo il principio della quantità ma operando sensibili miglioramenti anche in termini qualitativi. Il teatro ucraino ha evidenziato un altro fattore critico quale lo sviluppo tecnologico dei mezzi e materiali che oggi ha raggiunto un livello di sofisticazione molto elevato. Questo fattore ci porta direttamente al nocciolo della questione la componente pesante delle forze terrestri.

T-90

La componente pesante si concentra principalmente sui mezzi pesanti quali i carri, che assicurano mobilità per coprire grandi distanze, potenza di fuoco e protezione ma anche sulle artiglierie e su una serie di mezzi di supporto. L’aspetto tecnologico incide pesantemente su questi fattori sia in termini di sviluppo di nuove motorizzazioni che assicurino maggior potenza limitando i consumi, armamenti principali e secondari ad alta celerità di tiro e con sistemi di acquisizione degli obiettivi e controllo del fuoco più efficaci ed infine dei sistemi di protezione attivi e passivi che aumentino la capacità di sopravvivenza del carro armato. Quanto detto non è esaustivo ma offre un’idea molto generale riguardo alla componente pesante, ulteriori aspetti ugualmente importanti riguardano tutto il sistema della logistica di supporto e sostegno e la formazione ed addestramento degli equipaggi ed unità a tutti i livelli. L’ultima osservazione riguarda la sinergia che deve esistere con continuità tra il comparto Industriale e quello della Difesa in termini di ricerca, sviluppo ed aggiornamento.

Come giudica il comparto industriale nazionale per la produzione di carri?

Innanzitutto, è opportuno ricordare che storicamente l’industria italiana non ha mai raggiunto livelli apprezzabili nella costruzione dei carri armati e soprattutto nell’aggiornamento e potenziamento dei mezzi. L’industria nazionale ha prodotto mezzi corazzati leggeri molto apprezzati tipo il Carro Veloce 33 (CV33) e la serie CV35 che nel corso del 2 conflitto mondiale furono usati unitamente ai carri armati, mentre i carri armati prodotti in Italia furono i carri medi quali gli M11 ed M13/40 e suoi derivati come l’M14/41 e l’M15/42. L’unico carro definito pesante di fabbricazione nazionale fu il P40 che non avrebbe potuto reggere il confronto con lo SHERMAN e che comunque ne vennero prodotti pochi esemplari, impiegati dalla Wehrmacht.

M14/41

Tali mezzi benché definiti medi erano in effetti carri leggeri che non potevano reggere e non ressero il confronto con i carri armati inglesi quali il CHURCHILL e VALIANT, quelli americani su tutti lo SHERMAN ed ovviamente con quelli tedeschi. La nostra industria ha raggiunto livelli di riguardo nello sviluppo e costruzione di mezzi ruotati e cingolati leggeri quali le autoblindo.

Carro armato per la fanteria Churchill

Le motivazioni di queste lacune non sono di facile individuazione e spaziano da una limitata ricerca e sviluppo, alla cronica mancanza di fondi, alla scarsa propensione del comparto difesa a stimolare lo sviluppo di nuove tecnologie e mezzi sino alla mancanza di materie prime. Al giorno d’oggi, si manifestano le stesse carenze acuite da uno sviluppo tecnologico estremamente rapido e dinamico. A partire dal secondo dopoguerra le forze corazzate italiane sono sempre state equipaggiate con mezzi di provenienza straniera tipo lo SHERMAN, l’M-47, l’M-60 e i LEOPARD. Di questi solo una parte degli M60 è stata costruita in Italia ma su licenza USA. Appare chiaro che la nostra industria per mezzi pesanti ha ancora grosse lacune di capacità ed esperienza nella progettazione, sviluppo e costruzione di mezzi corazzati in grado di rapportarsi a quelli in servizio nei Paesi a noi simili. In aggiunta a quanto detto, vi è una scarsità di materie prime e tecnologie militari. Peraltro, la nostra industria negli anni ‘70 ed ‘80 dello scorso secolo ha avuto un sussulto sviluppando dei prototipi di mezzi corazzati, in primis l’OF-40 che, non avendo incontrato l’interesse di alcun Paese, è rimasto prototipo (lo scafo è servito per il semovente d’artiglieria PALMARIA) e subito dopo ha proposto l’ARIETE. Questo carro di 3 generazione progettato negli anni 80 è entrato in servizio nel 1995 evidenziando, peraltro, alcuni difetti. Il quadro esposto delinea uno stato della nostra industria pesante, per quanto attiene ai mezzi pesanti; alquanto deficitario. Il quadro non è dei migliori ma alcuni possono sostenere che sono lacune tecniche che con opportuni investimenti e sinergie sono superabili, una teoria discutibile ma possibile, ma ciò che limita un qualsivoglia progetto è la mancanza di maestranze specializzate presso l’industria. Sorvolando sulle fasi di ricerca, studio e progettazione ed arrivando alla fase di costruzione e ciò di assemblaggio e questo è probabilmente l’ostacolo maggiore. L’industria nazionale una volta completata la costruzione dell’ARIETE e constatato che il mezzo non aveva mercato ha di fatto anemizzato ed in parte chiuso le catene di montaggio e gli specialisti sono stati dirottati su altre catene ed ora sono tutti in pensione, quindi vi è una lacuna di manodopera specializzata e ricostruirla richiede tempo ed investimenti. Non solo, ma per operare su mezzi e tecnologia militare è necessario superare dei controlli di sicurezza ed affidabilità che sono molto lunghi e complessi. A riprova di quanto detto, già nel 2004 l’Esercito affronta il problema della revisione generale dell’ARIETE essendo il carro in servizio da circa 6 anni. E’ opportuno ricordare che la vita tecnica di un carro armato è di circa 10 – 15 anni dopo di che il mezzo deve effettuare una revisione generale e conseguente aggiornamento tecnico pena la perdita di affidabilità. Già in quel periodo venne esaminata la possibilità di acquisire i LEOPARD 2A6 offerti da un paese della NATO. Tale opzione venne scartata e si decise per la via nazionale che di fatto produsse solo l’allungamento della vita tecnica di 10 anni. Contestualmente l’Esercito aveva avviato una profonda ristrutturazione dei carristi riducendo sensibilmente il numero di unità carri ormai prossima alla anemizzazione, che ridusse l’esigenza di carri armati a numeri molto piccoli. Peraltro, nel 2015 si ripresenta la stessa problematica e la soluzione fu una ulteriore diminuzione dei reparti carri, la dismissione dei carri LEOPARD 1A5 e il mantenimento in servizio del solo ARIETE nei 3 rimanenti reparti carri. L’unica nota positiva di queste decisioni sicuramente motivate da esigenze strategiche, è stato che per la prima volta nella storia dell’Esercito la componente corazzata era su una sola linea carri. Purtroppo però il carro era ed è completamente superato e non affidabile e mancava e manca un adeguato supporto logistico in quando tutti gli aggiornamenti e la ricambistica a tutti i livelli sono nazionali e quindi devono essere costruiti o revisionati in Italia da un’industria che manca di manodopera specializzata e di appropriate catene di montaggio.

Che ne pensa dell’aggiornamento dei carri Ariete?

Le lacune evidenziate sono difficilmente colmabili nel medio termine (almeno 5 anni) e sono necessari sostanziali investimenti per aggiornare una piattaforma dell’ARIETE, nata superata ed ormai obsoleta. L’aggiornamento del mezzo richiede una continuità di assegnazione di fondi per i prossimi 10 anni e fra dieci anni il mezzo sarà ancora più vecchio. E’ chiaro che al giorno d’oggi nessuno è in grado di certificare se sarà possibile assicurare fondi costanti, continui e che tengano conto almeno degli aumenti legati all’inflazione e dei costi vivi. quindi, si prospetta un investimento importante da mantenere nel tempo per ottenere un risultato minimo. Se si potesse fare un semplice rapporto costo efficacia sarebbe palese che questa non è la via migliore, non farebbe bene all’industria che continuerebbe ad essere marginale e non farebbe bene alla FA che avrebbe comunque un mezzo con limitata affidabilità. In altre parole, potremmo avere un carro efficiente ma non efficace e continueremo a trovarci al punto di partenza dopo aver investito fondi pubblici. Un programma di aggiornamento di un mezzo altamente sofisticato deve essere anche un momento di crescita e potenziamento dell’industria nazionale. Un’ultima osservazione, il programma di revisione dell’ARIETE prevede l’entrata in servizio graduale di 130 carri entro il 2035 quindi se il primo carro viene consegnato al reparto operativo nel 2024, nel 2035 quando l’ultimo sarà consegnato il primo dovrà obbligatoriamente andare in revisione generale. Quindi difficilmente i reparti saranno a pieno organico oppure avremo reparti con diversa capacità. Ultima considerazione, se l’industria si impegna a consegnare in via teorica 130 carri in 12 anni vuol dire che la capacità di produzione è di un circa 10 carri l’anno cioè 1 carro al mese e questo potrebbe voler dire che manca una catena di montaggio che comprende personale specializzato, materiali e mezzi adeguati. Se questa e la capacità industriale forse non è il miglior biglietto da visita tenuto conto che l’industria tedesca tra il gennaio 1944 e marzo 1945 sotto i costanti e devastanti bombardamenti produsse 489 carri TIGRE II circa 32 al mese.

Il Ministero della Difesa ha annunciato l’intenzione di acquistare 133 Leopard 2A8. Si tratta di un mezzo in grado di soddisfare le esigenze di FA?

L’intendimento di acquisire i carri LEOPARD 2A8 si può definire epocale come lo fu l’acquisto delle 120 torrette LEOPARD 1A5, sia perché ha stimolato un confronto dialettico ed una riflessione sulla componente corazzata dell’Esercito che ha coinvolto anche esperti esterni alla FA che non ha precedenti e che non può che giovare sia perché porrà le Autorità politico-militari di fronte ad un quesito fondamentale: ridefinire le esigenze dell’Esercito. Alcuni esperti obietteranno che le esigenze sono note ed in parte è vero, ma ciò che è cambiato è il contesto geostrategico che negli ultimi 30 anni è cambiato non una ma più volte. Per meglio inquadrare la problematica è opportuno chiarire, seppur per sommi capi, il contesto geostrategico. Sino alla fine degli anni 80 le politiche di difesa in Europa scaturivano dall’esigenza della difesa delle frontiere e dal concetto strategico della NATO che si fondava e si fonda tuttora sul principio della difesa collettiva e sul concetto di deterrenza e dissuasione convenzionale e non. Il ruolo dell’ONU quale responsabile del mantenimento della pace nel mondo era residuale perché il contesto geostrategico era dominato dalla contrapposizione della NATO e del Patto di Varsavia. In questo periodo l’Italia quale membro della NATO doveva assicurare un bacino di forze compresa la componente pesante/corazzata idonea ad assolvere le missioni sia di difesa del territorio nazionale sia di contributo alla difesa collettiva. Le esigenze erano quantificabili e derivano dagli impegni nazionali ed internazionali e quelle forze esprimevano la deterrenza e dissuasione. In quest’ambito le esigenze per l’ESERCITO erano chiare: si doveva contribuire con tutte le componenti delle forze terrestri non c’era possibilità di errore.

La dissoluzione del blocco sovietico segna la prima modifica del contesto geo strategico. Infatti, cessata la contrapposizione dei blocchi è venuta meno la percezione del rischio che da imminente ed immanente è rimasto immanente sino a scomparire. Ma non è scomparso il rischio generalizzato di destabilizzazione. Mancando un blocco l’equilibrio mondiale non era più bilanciato, l’ONU è diventato il riferimento per il mantenimento della pace nel mondo. Ma l’ONU manca di strutture di comando integrate, le forze hanno standard e capacità differenti e le operazioni di peace enforcing dell’ONU tipo la Somalia non hanno dato buon esito, mentre per le attività di peace keeping è stata trovata una soluzione di compromesso. In tale contesto, i Paesi con maggiori problemi finanziari hanno ritenuto opportuno ridurre al minimo ovvero dismettere quelle componenti della forza terrestre più onerose in termini economici, privilegiando componenti leggere e l’Italia non ha fatto eccezione. Altri Paesi in possesso di una tradizione di politica e presenza estera maggiore hanno ritenuto opportuno mantenere attive tutte le componenti e continuare ad investire nella ricerca e sviluppo. Per cui a partire dalla fine degli anni 90 l’Esercito ha progressivamente anemizzato le sue componenti pesanti (carri armati, artiglieria, fanteria corazzata) a favore di soluzioni molto più leggere. Per chiarezza, tale decisione non è da addebitare solo ad una opinabile valutazione del Quadro geostrategico ma anche alla continua riduzione di fondi nonché alla mancata certezza delle assegnazioni. Il risultato più eclatante è stato che l’industria si è trovata senza commesse e con il problema di sopravvivere. Nel corso degli anni sono apparsi altri attori sullo scenario europeo e mondiali quale l’Unione Europea che è tuttora alla ricerca di una sua identità di Politica della Difesa ma soprattutto è emersa la COALIZIONE, cioè un gruppo di paesi disponibili ad impegnarsi per il ripristino dell’Ordine e della Pace. Se in ambito UE le esigenze di difesa si identificavano con quelle NATO, la Coalizione ha imposto un rapido adeguamento dovendo compensare la mancanza di capacità e componenti peculiari. Questa situazione ha prodotto per la difesa italiana una prima considerazione sulle capacità da esprimere e sulle relative esigenze con il risultato che le nostre forze terrestri sono di fatto leggere e le componenti pesanti sono ridotte al minimo. La guerra in Ucraina ha radicalmente modificato il contesto geo-strategico riportando al centro dell’attenzione il rischio che è imminente ed immanente. Il pericolo è reale ed alla frontiera orientale della NATO, le nostre unità sono lì schierate quale parte della difesa collettiva dell’Alleanza e devono assicurare le deterrenza e la dissuasione. Noi siamo presenti con i nostri ARIETE mentre i polacchi hanno gli ABRAMS, gli ungheresi i LEOPARD 2A6, gli slovacchi ed i cechi hanno il LEOPARD 2A4, qual’è l’affidabilità, l’efficacia dei nostri materiali nell’ambito delle unità interforze ivi costituite.

Fatta questa doverosa premessa, i 133 servono ad equipaggiare gli attuali 3 reggimenti carri, se questo numero è sufficiente dipende dalle valutazioni fatte a livello politico militare. Se il numero deriva dalla disponibilità finanziaria dovremo farcene una ragione se deriva da una valutazione delle esigenze si deve accettare il dato. Ma per capire se 133 carri servono realmente le nostre Autorità devono rispondere ad un chiaro quesito: qual è la politica di Difesa italiana per i prossimi 10 anni e quali sono le missioni che l’Esercito deve assolvere. Dalla risposta chiara a questi quesiti sarà possibili definire se il numero di 133 sono necessari o solo sufficienti. L’analisi degli impegni e delle possibili esigenze per le Forze Terrestri è imprescindibile per definire le esigenze di mezzi e materiali e queste esigenze trovano soluzione o nell’industria nazionale oppure con collaborazioni internazionali ed in ultima analisi con l’acquisto estero. In ogni caso è doveroso sapere perché si impegnano fondi dello Stato. Se la scelta è dettata solo da un’esigenza momentanea allora è uno spreco di tempo e denaro, se invece nasce da una concreta analisi e valutazione allora avrà una sua ragione.

Con l’ingresso in linea anche dei Leopard, i reggimenti carri dovranno essere aumentati?

Definire il numero di reggimenti carri necessari dipende dalla definizione delle esigenze e dagli impegni ed è difficile esprimere un numero certo. I mezzi schierati alla frontiera orientale devono essere avvicendati esattamente come si fa con il personale, il carro armato non può essere schierato per anni a meno chè non si crei una base con le capacità di mantenimento, riparazione, ripristino e parcheggio appropriato diversamente le apparecchiature di bordo potrebbero avere un decadimento più rapido. Alcuni eserciti moderni avvicendano i propri reparti con i loro mezzi e materiali, perché gli equipaggi devono conoscere approfonditamente il mezzo e le sue prestazioni, devono entrare in simbiosi con il carro poiché ciascun carro armato pur uguale agli altri ha rendimenti diversi, e questo ai carristi è noto. In altri eserciti si lasciano i mezzi in zona di operazione e si ruota il personale ovviamente il degrado dei mezzi e la loro efficacia diminuisce rapidamente. La differenza nel criterio di avvicendamento dipende tra l’altro dalle zone di schieramento, dalle capacità di trasporto strategico e tattico della Nazione, questi fattori incidono sulle scelte e l’avvicendamento è una decisione critica.

In caso di acquisizione del carro tedesco avremo due linee carri, l’Ariete e il Leopard. Come soluzione è vantaggiosa?

L’esercito da sempre ha avuto due linee di carri armati, SHERMAN ed M-26, SHERMAN ed M-47, M-47 ed M-60, M-60 e LEOPARD 1A2, LEOPARD 1A2 ed 1A5, LEOPARD 1A5 e ARIETE e oggi abbiamo il solo ARIETE.

M60

Disporre di due linee di carri da combattimento è, soprattutto oggi, un incubo sia operativo ma soprattutto logistico. I due carri usano lo stesso carburante ed è positivo, ma le munizioni difficilmente sono compatibili. I carri sono diversi per cui si dovranno creare due linee di specialisti abilitati ed esperti ad operare su ciascun carro, i sistemi operativi sono diversi, la componentistica e la ricambistica è diversa. Due linee carri sottende duplicare ogni singolo elemento e componente della catena logistica dall’assemblaggio/costruzione sino alla manutenzione ordinaria. Al giorno d’oggi significa un impegno di spesa molto considerevole. Altro aspetto assolutamente non secondario è l’addestramento e formazione degli specialisti e degli equipaggi. Formare uno specialista di carri armati sia esso addetto alla propulsione, alla torretta, ai sistemi di bordo o all’armamento non si esaurisce con un corso presso le ditte fornitrici o presso le scuole militari che peraltro sono carenti di istruttori specifici, ma si effettua di fatto ai reparti lavorando ogni giorno sul mezzo possibilmente alle dipendenze di personale esperto che lo possa guidare. In questo modo si forma uno specialista e ci vogliono non meno di due anni perché acquisisca la necessaria fiducia ad operare su complessivi costosissimi. Allo stesso modo devono essere formati gli equipaggi che non potranno mai essere intercambiabili perché ciascuno conosce ed è abituato ad operare su un carro specifico. Questo è un tema fondamentale e di estrema criticità. Il carrista opera con il carro, nel carro ed il suo scopo è neutralizzare un’altro carro o altro mezzo simile, questo lo dobbiamo sapere ed accettare. L’ambiente operativo in cui i nostri carristi si muovono e dominato da velocità e precisione. La velocità non è solo quella data dalla propulsione e la risultante tra rapidità di individuazione dell’obiettivo, tempi di reazione nel determinare la minaccia ed agganciarla con i sistemi elettronici ed apertura del fuoco. E’ opportuno chiarire che su un LEOPARD 2A8 vi sono 3 monitor una console e per intervenire con il fuoco e neutralizzare minacce attive o passive il cannoniere deve controllare continuamente tutta questa strumentazione ed il carro individuato un obiettivo ha non più di 4 secondi per intervenire dopodichè è neutralizzato, la guerra in Ucraina lo ha dimostrato. Quindi anche gli equipaggi non sono intercambiabili almeno non con immediatezza. Per cui doppia linea di carri vuol dire doppio tutto anche fondi, quindi è opportuno verificare la fattibilità anche economica di una doppia linea che non potrà mai assicurare la stessa efficacia. La decisione non è facile d’impulso si potrebbe dire meglio 2 linee ma poi si dovranno affrontare tutte le problematiche suddette e tante altre con il risultato che prima o poi una linea sarà marginale con spreco di fondi. Il contesto economico, industriale e sociale porta inequivocabilmente a scegliere una solo linea carri per due motivi. Il primo è efficace perché non duplica le esigenze di investimenti per acquisire le risorse umane, tecnologiche e materiali per portare la componente pesante a livello dei nostri alleati europei. Il secondo motivo è molto più particolare, sappiamo che la nostra industria è un passo indietro rispetto ad altri, l’acquisizione dei LEOPARD 2A8 dovrà comportare anche gli accordi per fornire formazione al personale, equipaggi e specialisti, manutenzione straordinaria ed ordinaria e ricambistica se questo non sarà fatto è inutile acquisire i carri armati. Ma se saranno acquisiti questo potrebbe rappresentare un momento di crescita e sviluppo per l’industria nazionale perché il nostro obiettivo non deve essere l’acquisto dei carri ma la partecipazione alla realizzazione cioè chiedere alla Germania la costruire alcune parti su licenza cioè partecipare anche noi alla ricerca fatta dai Tedeschi e contribuire alla realizzazione del carro armato. Questo sarebbe uno spunto per la nostra industria che darebbe respiro anche alla difesa. Sostanzialmente fare ciò che è stato fatto in campo aeronautico in quel campo si è riusciti perché non seguire la stessa strada per l’Esercito. A margine dobbiamo tener presente che l’industria nazionale per 20 anni e più ha costruito e revisionato su licenza USA l’M-60 e sull’esperienza maturata è nato il progetto ARIETE. Per cui la doppia linea di carri sarebbe la scelta peggiore per l’Esercito, la più costosa e la meno efficace, una sola linea di carri è la più difficile, ma la più efficace e con la possibilità di sviluppo industriale ma per questa è necessaria una sinergia politica, militare ed industriale.

Fonti foto: archivio privato; Flickr.

Lascia un commento

Your email address will not be published.