L’Occidente si è ormai reso conto, grazie al conflitto ucraino, che le guerre convenzionali non sono più solo un retaggio del XX secolo. Negli ultimi vent’anni, gli stati maggiori dei paesi NATO, hanno elaborato dottrine volte a prediligere l’impiego sul terreno di piccole unità – in preferenza special forces – equipaggiate per combattere insurgens, spesso male addestrati ma capaci comunque di arrecare danni significativi, soprattutto grazie alla conoscenza del terreno e all’appoggio della popolazione locale. Ne è certamente un esempio l’impegno in Afghanistan delle forze militari dell’Alleanza nonché la Guerra Civile siriana.

Con il conflitto in Ucraina, i paesi occidentali e non solo, stanno assistendo a un ritorno della fanteria come “regina delle battaglie”. Squadre di fucilieri, da ambo le parti, strisciano nelle trincee fangose, lanciano bombe a mano, utilizzano vanghette affilate ai bordi e coltelli piuttosto che fucili d’assalto. Il fante può impiegare sofisticati sistemi d’arma, come le loitering munitions oppure i missili controcarro portatili Javelin, tuttavia la sua missione rimane inalterata da secoli: occupare uno spazio in mano al nemico e difenderlo a ogni costo. 

Fanteria Americana

Proprio gli insegnamenti della guerra ucraina, quindi, hanno fatto scattare l’allarme negli stati maggiori europei e d’oltre oceano circa le reali capacità della fanteria dell’Alleanza, ormai da troppi anni abituata ad operazioni di peacekeeping e conflitti a bassa intensità.

L’ esclusivo impiego nelle missioni di pace, comunque, non spiegherebbe in modo esaustivo il decadimento delle capacità combattive della fanteria. Infatti, le cause andrebbero maggiormente ricercate nei fattori sociali e culturali, tipici delle società economicamente sviluppate come quelle occidentali. In pratica difficilmente un esercito della NATO può disporre di reparti di fanteria in grado di occupare un territorio e di difenderlo palmo a palmo. Per essere chiari, difficilmente rivedremo la fanteria odierna avere la stessa resistenza che i loro avi ebbero sul Monte Grappa oppure della Folgore, nel settore Sud della terza battaglia di El Alamein.

Tale situazione è a conoscenza dei vertici militari da diverso tempo, non è un caso, infatti, che l’Europa abbia cercato, con la professionalizzazione delle forze armate e con l’implementazione delle forze speciali, di ovviare a questa grave lacuna.

Ne è un esempio tipico la trasformazione subita dall’Esercito Italiano all’indomani della caduta del Muro di Berlino, allorquando si è avviato quel processo di smantellamento delle unità pesanti nonché l’iter che avrebbe portato, nel 2005, alla sospensione della coscrizione obbligatoria.

Il risultato è che oggi l’Italia può disporre di un esercito, della forza di circa 97.000 soldati, più adatto alle operazioni di peacekeeping e di ordine pubblico che a conflitti convenzionali. Una Forza Armata su “ruote”, con una componente cingolata che è operativa solamente sulla carta. Basti pensare che i reggimenti di cavalleria in seno all’Esercito sono ben nove, contro soli tre reggimenti corazzati ma che in realtà si riducono, al massimo, a tre compagnie carri!

Come scritto all’inzio dell’articolo, la fanteria rimane l’elemento principale del campo di battaglia. In questi anni, l’Esercito Italiano ha cercato di convertirla, a seconda di chi ricopriva ruoli apicali in ambito SME, in reggimenti di bersaglieri, alpini o forze per le operazioni speciali (il 4° Rgt Alpini Paracadutisti Monte Cervino ha subito un lungo iter formativo fino ad arrivare, nel 2017, alle dipendenze del Cofs).

Dopo questo lungo preambolo vorremmo andare nello specifico e parlare di come è strutturata la fanteria italiana. Questa si divide, a seconda della Grande Unità da cui è dipendente, in leggera, media e pesante.

Prendendo in esame il plotone di fanteria medio che, come previsto dal programma “Fanteria Futura”, da un punto di vista organizzativo è analogo a quello leggero e pesante, lo troviamo incentrato su 4 Freccia 8×8, tre dei quali trasportano ognuno una squadra appiedante di 8 elementi, suddivisi in due fire team (un nucleo su comandante, mitragliere con Minimi da 5,56×45 mm, tiratore con lanciagranate da 40 mm e tiratore esperto con ARX-200 da 7,62×51 mm; secondo nucleo analogo ma con fante con dotazione un Panzerfaust al posto dell’ARX-200). Il quarto Freccia, invece, trasporta la squadra si supporto alla manovra composta da sei fanti (equipaggiata con una MG-42/59, un Panzerfaust e un mortaio leggero da 60 mm).

Freccia 8×8

Tralasciamo per ora la valutazione sulle capacità degli IFV Freccia, totalmente inefficaci in un conflitto simmetrico come quello ucraino, riteniamo opportuno soffermarci sulla squadra di fucilieri. L’attuale squadra di fanteria dello U.S. Army è composta da 9 elementi, con due fanti muniti di lanciagranate coassiale M-320 da 40 mm e un tiratore esperto armato di M-110A1 SDMR in calibro 7,62×51 mm (nonché due lanciarazzi modello M-136 o M-72).  Si tratta quindi di una struttura molto simile, se si eccettua l’elemento in più rispetto alla squadra italiana.

Come accennato in precedenza, l’introduzione sul campo di battaglia di armamenti sempre più complessi e sofisticati, dovrebbe consigliare una modifica nell’organizzazione classica della squadra fucilieri e del plotone di fanteria, onde consentire la gestione di più sistemi d’arma.

Innanzi tutto partiamo dal presupposto che se il plotone di fanteria dovesse essere immesso in zona di combattimento con i Freccia, difficilmente non subirebbe perdite significative.  I mezzi prodotti dal CIO (Consorzio Iveco Oto-Melara) hanno un basso livello di protezione, anche se si tratta di blindo con un peso in ordine di combattimento di 29 tonnellate; sui terreni come quello delle pianure ucraine rischierebbero l’impantanamento o lo “spanciamento”. Inoltre, l’armamento principale, una mitragliera KBA da 25/80, offre basse prestazioni balistiche ed è installata sul Freccia solamente perché ha un costo più contenuto rispetto ai cannoni da 30 e 35 mm.

Insomma, se dovessimo seguire alla lettera le indicazioni di SME circa il ruolo delle Brigate Medie, ovvero “idonee per le spiccate flessibilità d’impiego nel controllo di zone estese mantenendo allo stesso tempo adeguate capacità di combattimento”, concluderemmo che i Freccia non sono certo i mezzi adatti.

In sintesi, le capacità di manovra dell’Esercito, causa la situazione internazionale, la malafede dell’industria degli armamenti e la miopia dell’apparato politico-militare nazionale, sono incentrate sui ruotati Lince, Freccia e Centauro, al netto delle poche decine di Dardo ancora funzionanti. In pratica nessuno di questi mezzi offrirebbe prestazioni adeguate in un conflitto convenzionale, anche di media intensità. Tale situazione limita fortemente le capacità di operare della fanteria italiana.

Sarebbe opportuno che l’Esercito ritornasse sui suoi passi, magari cassando il progetto delle Brigate Medie, lasciando solo quelle leggere e pesanti. Ciò comporterebbe una completa ristrutturazione dei reparti di manovra della Forza Armata, diminuendo numericamente i reggimenti equipaggiati con il Freccia nonché dismettendo le obsolete blindo Centauro e inserendo le Centauro II negli organici delle compagnie fucilieri delle brigate corazzate. Quest’ultime dovrebbero essere almeno 4, equipaggiate con i carri C2 Ariete e, si spera, con i Leopard 2A8. Le brigate leggere, invece, dovrebbero essere equipaggiate con versioni dedicate del veicolo Flyer 4×4 (oltre ai BvS-10 per le due brigate alpine) in grado di trasportare una squadra di fanteria al completo e con una massa inferiore rispetto ai Lince. A conti fatti si dovrebbe mantenere operativa una sola brigata media, ai fini di eventuali operazioni di peacekeeping o di altre missioni per il mantenimento della pace. Per quanto riguarda la fanteria pesante essa dovrebbe abbandonare i Dardo in luogo di AIFV dalle prestazioni nettamente superiori. A tal proposito lo SME sta valutando l’acquisizione del CV-90 MkIV, già in servizio presso diversi eserciti della NATO nelle varie versioni, e il KF-41 Lynx della Rheinmetall, sicuramente un veicolo corazzato dai costi elevati ma dalla protezione, sia attiva che passiva, decisamente migliore rispetto al mezzo svedese.

Ovviamente, quanto scritto, risulta essere unicamente il punto di vista dell’autore. La Difesa italiana ha speso decine di miliardi per acquistare questi ruotati e creare le Brigate Pluriarma di Manovra, in realtà, come spiegato precedentemente, le capacità di manovra saranno assai limitate. Quel che è certo è che si creato un esercito poco efficace nei confronti di avversari convenzionali.

Il conflitto ucraino ha mostrato come plotoni di MBT, accompagnati da IFV ruotati, vengano distrutti facilmente dal fuoco dell’artiglieria, monotubo e pluritubo, e dalle loitering munitions.

Purtroppo la NATO ha perduto la capacità di manovrare a livello di brigata, prediligendo ormai da anni, pacchetti di forze a livello plotone ed è quello che è stato insegnato ai soldati ucraini.     

Fonti foto: Wikimedia; Defenceturk; dzkk.tsk.tr; Flickr; topwar.ru; eng.mil.ru

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