Cinquant’anni fa scoppiava la Guerra dello Yom Kippur. Per la prima volta, dalla sua fondazione, lo Stato d’Israele non usciva vincitore, dal punto di vista strategico, da un conflitto contro gli arabi.

Circondato sia a nord che a sud da nemici numericamente superiori, Israele è fin dalla sua nascita un Paese in perenne stato di allarme.

Dopo la guerra del 1948, era evidente agli occhi di tutti che in caso di un attacco improvviso, le IDF avrebbero potuto al massimo rallentare l’avanzata delle forze arabe, o al limite cercare di bloccare momentaneamente: solo la mobilitazione di tutti i cittadini israeliani (idonei al servizio militare) sarebbe stato in grado di evitare la capitolazione.

Nel 1967, le IDF attaccarono per prime gli stati arabi, onde evitare una guerra difensiva in territorio israeliano. I cacciabombardieri con la stella di david distrussero a terra l’aviazione egiziana e quella siriana, dando così il via a un inaspettato successo militare in soli sei giorni.

Tuttavia, nel 1973, la situazione era ben diversa. L’Egitto del dopo Nasser aveva affrontato un articolato processo di riarmo e addestramento, grazie alle ingenti forniture di armamenti e alla presenza massiccia di consiglieri sovietici tra le fila delle sue Forze Armate.

Questa volta l’obiettivo non era, come sei anni prima, la distruzione dello Stato ebraico, bensì la riconquista dei territori perduti nel precedente conflitto. Le forze israeliane vennero prese completamente alla sprovvista dall’attacco egiziano a sud, lungo il Sinai, e a nord, portato dai siriani sulle alture del Golan. Lo Stato Maggiore israeliano contava sulla schiacciante superiorità dell’Aviazione e sulle rassicuranti informazioni dell’intelligence, le quali non prevedevano attacchi imminenti.

Dopo i primi giorni di smarrimento, le IDF riuscirono a riequilibrare la situazione sul terreno. Se nella Guerra dei Sei Giorni l’Aviazione l’aveva fatta da protagonista, stavolta fu il Corpo Corazzato ad imprimere una svolta favorevole al conflitto.

A tal proposito è utile parlare dei rapporti che intercorrono tra i comandanti del fondamentale settore sud nel Sinai. In particolare, il generale di divisione Gonen, responsabile del Comando Sud nel Sinai, ebbe accesi contrasti con i comandanti delle sue due brigate corazzate della Riserva, i generali Adan e Sharon (quest’ultimo anni dopo diventerà ministro della Difesa e poi premier).

Dal temperamento aggressivo e poco incline a sottostare ad ordini che non condividevano, Adan e Sharon non avevano una grande stima nei confronti del loro superiore. Dopo il fallimento di un contrattacco, l’8 ottobre, la situazione giunse a un punto critico: Gonan e gli altri due erano giunti ai ferri corti, tanto che Dayan, ministro della Difesa, pensò di inviare il generale Ben-Lev a fare opera di mediazione tra i tre e a riportare un po’ di equilibrio.

Nei primissimi giorni di combattimento i commando egiziani erano sbarcati sulla riva opposta del Canale, equipaggiati con i missili controcarro AT-3 Sagger avevano inflitto notevoli perdite alle forze corazzate israeliane inoltre, la protezione offerta dalle batterie semoventi di missili superficie-aria SA-6, riparava gli attaccanti dall’intervento delle forze aeree.

In un simile quadro tattico, quanto mai precario, il rischio di un crollo del fronte Sud non era certo da escludere.

Sharon, come al solito incurante dell’autorità gerarchica, il 9 ottobre organizzò, di sua iniziativa, un attacco contro le forze egiziane che si risolse in un fallimento, pur consentendo di mettere in luce un punto debole delle linee nemiche, che sarebbe poi stato sfruttato da un successivo attacco israeliano.

L’insubordinazione di Sharon diede modo a Bar-Lev di chiederne la destituzione dal comando di brigata.

Tuttavia Dayan respinse tale richiesta in quanto Sharon era politicamente assai influente e un eventuale allontanamento dal fronte sud avrebbe potuto generare una frattura interna al Paese. Allorquando, nei giorni successivi, venne scatenata una controffensiva nel Sinai, Sharon ebbe un ruolo marginale rispetto a quello di Adan, motivo questo di ulteriori contrasti all’interno della Divisione. L’attacco sferrato riuscì ad avere il sopravvento sugli egiziani e gli israeliani poterono addirittura attraversare il Canale di Suez prima che entrasse in vigore il cessate il fuoco, imposto dalle Nazioni Unite.

Il fronte Nord, invece, presentava caratteristiche tattiche differenti.

I siriani avevano lanciato una attacco su vasta scala, con unità corazzate, contro reparti israeliani deboli e impreparati. Migliaia di carri armati T-54/55 siriani avanzarono in una grande formazione a falange contro le linee israeliane, dove soltanto pochi carri, compresi alcuni Centurion, li stavano aspettando. Non avendo possibilità di ripiegamento, gli israeliani furono costretti a mantenere la posizione. Sfruttando l’appoggio dell’artiglieria e dell’Aviazione, essi si spostarono da un punto all’altro, continuando a far fuoco sui nemici che, ammassati, sembravano incapaci di operare autonomamente una volta lanciato l’attacco.

Centurion isolati furono in grado di localizzare e colpire i carri siriani uno a uno, tanto da ricoprire in poche ore il terreno antistante di carcasse fumanti di veicoli.

Gli israeliani subirono perdite pesanti, in termini di carri ma soprattutto di uomini, ma resistettero abbastanza a lungo finchè sopraggiunsero le riserve per garantire l’esito vittorioso della battaglia.

Nonostante la vittoria sul terreno, Israele subì un profondo choc: l’invincibilità delle sue Forze Armate era crollata. Tale choc non poteva non avere ripercussioni sul piano politico, era necessario trovare dei capi espiatori a cui attribuire l’inspiegabile mancanza di informazioni circa i piani d’attacco degli arabi nonché la debolezza delle linee difensive sia nel Sinai che sulle alture del Golan.

Il generale Gonen, al termine della guerra, venne esonerato dal comando e sottoposto ad inchiesta ministeriale. Amareggiato e deluso preferì lasciare l’Esercito e ritirarsi a vita privata. L’onda di protesta dell’opinione pubblica israeliana coinvolse anche i vertici politici del Paese. Il ministro della Difesa Dayan, pur non accusato direttamente dalla commissione d’inchiesta, fu costretto a dimettersi, stessa sorte toccò, nel 1974, alla premier Golda Meir che decise di lasciare la politica attiva.

La Guerra del Kippur ha dimostrato che i conflitti non basta vincerli sul campo ma è necessario, comunque, il pieno successo sul piano politico.

Fonti: Web

 

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