LA COMPONENTE PESANTE È UNA PARTE ESSENZIALE

DELLO STRUMENTO MILITARE TERRESTRE

Considerazioni a margine dell’intervista al Ministro della Difesa pubblicata su RdC.

Abbiamo volutamente ripreso il titolo dell’intervista al Ministro della Difesa pubblicata sull’ultimo numero della Rivista di Cavalleria. L’abbiamo letta con vive aspettative, certi che le domande fossero incentrate sulle questioni concrete e sugli argomenti che più ci interessano e appassionano. Per questo ci siamo buttati a capofitto per leggerla subito, sicuri che vi avremmo trovato qualche informazione interessante per conoscere qualcosa in più circa le prospettive della componente corazzata del nostro Esercito alla luce del rinnovato interesse che ad essa è rivolto da qualche mese a questa parte sull’onda degli avvenimenti in Ucraina.

Purtroppo siamo rimasti delusi poiché i quesiti posti al responsabile della Difesa non gli hanno consentito di superare i rigidi binari della classica intervista “di circostanza”, abbastanza generica e arida per gli “addetti ai lavori”. Da questa delusione sono scaturite le seguenti considerazioni che – vogliamo essere subito molto chiari su questo – originano dal profondo amore che proviamo per la Forza Armata e dal rispetto incondizionato che rivolgiamo ai colleghi di ogni grado che operano nei suoi ranghi. Che nessuno si permetta di metterlo in dubbio!

Osserviamo e conosciamo bene lo stato dell’arte della nostra componente “pesante” e a dire il vero siamo un po’ dispiaciuti e preoccupati per lo stato in cui versa questa componente, essenziale ma che – nel momento in cui scriviamo – di fatto non c’è. Si tratta di un gap significativo che costituisce indubbiamente un importante fattore di crisi per l’Esercito. Una criticità che è significativamente acuita dalle esperienze che vanno via via emergendo dal conflitto russo-ucraino e che sottolinea anche l’evidente squilibrio tecnologico esistente tra le nostre tre Forze Armate.

Mentre l’Aeronautica e la Marina dispongono di equipaggiamenti allo stato dell’arte (rispettivamente velivoli F-35, Thypoon ed M-346 e unità navali quali le portaerei Cavour e Trieste, le fregate FREMM ed i sommergibili tipo U-212), lo Strumento militare terrestre continua a presentare incognite piuttosto gravi (si pensi soltanto all’obliterazione organica, tecnologica e dottrinale subita negli ultimi 24 anni dalla specialità carristi ma anche allo stato in cui versano le unità di fanteria meccanizzata equipaggiate di VCC Dardo e alla totale assenza di mezzi corazzati per lo sminamento e per la difesa contraerea ravvicinata, ma anche all’indisponibilità di veicoli cingolati per il trasporto dei feriti). Al momento le uniche unità terrestri che è possibile considerare combat ready sono quelle, piuttosto sparute, delle Forze Speciali, quelle assai leggere aviotrasportate, qualche reggimento di artiglieria e del genio e alcuni reparti elicotteri.

Nel leggere l’intervista ci siamo chiesti che senso abbia costituire un Comando per le Operazioni Spaziali, quando la fanteria si addestra ancora con la bomba a mano SRCM mod. 1935, quando oltre metà dei pezzi d’artiglieria in dotazione hanno più di 50 anni di vita, quando l’artiglieria controaerei praticamente non esiste tranne poche batterie missili SAMP-T, quando la componente genio per le unità corazzate è assolutamente insufficiente, quando le forze di manovra non dispongono in proprio di droni; quando il 60% dei veicoli blindati (leggeri) dei reggimenti di cavalleria di linea hanno valore bellico pressoché nullo, quando la logistica per le unità carri continua ad essere evanescente; quando – in sintesi – la componente corazzata non c’è più.

Il Ministro ha giustamente riaffermato l’importanza dell’addestramento al combattimento e ci ha ricordato altrettanto giustamente che il compito principale dell’Esercito è la difesa militare dello Stato. Siamo sulla sua stessa linea. Tuttavia ci chiediamo come sia possibile conciliare ancora queste priorità con l’impiego estensivo e ininterrotto del personale dei reparti operativi dell’Esercito nell’infinita e recentemente incrementata operazione “Strade Sicure” che ormai da vent’anni continua a distrarre migliaia di unità di personale militare proprio dall’addestramento al warfighting. Come è possibile che nelle vie e piazze delle nostre città continuino ad esserci ancora più soldati impegnati in servizio di ordine pubblico che Carabinieri o agenti della Polizia di Stato, nonostante i quattro corpi di polizia abbiano una dotazione organica complessiva di gran lunga superiore a quella totale dell’Esercito? Se là fuori c’è una guerra, forse dovremmo addestrarci al warfighting tutti e tutti i giorni.

A parte queste perplessità, siamo comunque stati molto contenti di vedere che al termine dell’intervista al Ministro è stato finalmente offerto il modo di esprimere il concetto che più ci sta a cuore: “la componente pesante è parte essenziale dello strumento terrestre”, così ha detto il Ministro dando finalmente un senso al titolo dell’articolo. Dopo un quarto di secolo di ininterrotto forzato declino proprio di quella componente, siamo stati dunque veramente contenti di leggere la chiosa finale del Signor Ministro.

In verità se fossimo stati al posto dell’intervistatore avremmo mosso proprio da questo punto e da esso avremmo colto l’occasione per un approfondimento non soltanto in merito ai (lunghi) programmi di acquisizione dei nuovi sistemi d’arma destinati a carristi, artiglieria e fanteria meccanizzata, ma anche in merito ai provvedimenti che intuiamo essere necessari all’implementazione della ricostruzione della componente corazzata dell’Esercito. Avremmo colto l’occasione per porre domande più specifiche, per avere dal Ministro qualche anticipazione in merito alle nuove profilature ordinative con cui sarà possibile integrare e armonizzare la componente corazzata che al momento – è bene ripeterlo con chiarezza – non esiste; malgrado la pletorica disponibilità di reggimenti esploranti, visto e considerato che solo il 40% dei mezzi di combattimento dei 9 reggimenti di cavalleria di linea è costituito da blindo che di “pesante” hanno il nome ma che, anche nella nuova versione, non sono affatto assimilabili ai carri da battaglia. Ora, ci è stato annunciato che dopo il letargo venticinquennale sono stati approvati alcuni programmi. Al riguardo a chi scrive non sfugge il fatto che per vedere gli effetti concreti delle tardive decisioni, ci vorranno almeno 10-15 anni. In totale avremo perso niente di meno che quaranta anni! Ammesso e non concesso che nel frattempo vengano confermati i progetti, che non saltino fuori altri costi dalla componente industriale e che non si ricominci con i compromessi “stravaganti” col risultato di avere ancora una volta, quando li avremo, carri che quando saranno sotto i capannoni delle nostre caserme non saranno “aggiornati” perché fuori da casa nostra il tempo – statene certi – non scorre mai invano.

Secondo noi è indispensabile tornare con i piedi sul Pianeta Terra e cominciare a dare più ascolto ai Comandanti e agli uomini “sul campo”, i soli che conoscono la realtà vera dei problemi.

10 DOMANDE CHE AVREI VOLUTO PORRE AL MINISTRO

  1. Nei programmi in corso è previsto un riequilibrio organico tra le due attuali specialità dell’Arma di Cavalleria (nell’auspicio che le prerogative ruote/cingolo fissate a partire dal 1998 e da allora sempre rigidamente applicate restino ancora valide)?
  2. Si pensa di realizzare in qualche modo l’integrazione scolastico-addestrativa tre le unità carri e le indispensabili unità di fanteria meccanizzata e in prospettiva delle altre componenti?
  3. Quale sarà la terza brigata pesante, dopo la corazzata “Ariete” e la meccanizzata “Garibaldi”, è prevista la ricostituzione di un quarto reggimento carri?
  4. Quali programmi sono in corso per l’ammodernamento delle infrastrutture logistiche che ospitano le unità corazzate che saranno dotate dei nuovi carri armati?
  5. Il precedente Capo di SME propose senza fortuna una Legge promozionale per l’ammodernamento dell’Esercito. È ancora attuale un provvedimento del genere, considerato che ai ritmi attuali il divario tecnologico tra gli equipaggiamenti dell’Esercito e quelli dell’Aeronautica e della Marina è destinato ad acuirsi?
  6. Potrà essere individuata una soluzione all’annoso problema della mancanza di poligoni per l’addestramento realistico delle unità corazzate?
  7. Come sarà affrontato il problema della carenza di munizionamento?
  8. Qual è lo stato del programma di ammodernamento delle versioni speciali del Leopard-1, in particolare di quella recupero, in dotazione alle compagnie carri “Ariete”?
  9. Una delle principali lezioni apprese della guerra in Ucraina è la necessità di disporre a livello tattico di droni da osservazione e attacco. Ne è prevista l’acquisizione anche per i reparti carristi?
  10. Riguardo il programma Ariete C2, una grave carenza tecnica è costituita dalla mancanza di un apparato di protezione attiva APS, montato su tutti i più moderni carri occidentali ed il solo in grado di garantire una buona capacità di sopravvivenza sul campo di battaglia. Come si pensa di risolvere questo gap?

Fonti: Web

 

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