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GLI HOUTHI MINACCIANO I RIFORNIMENTI EUROPEI

Il conflitto, latente, tra l’Iran e lo Stato d’Israele coinvolge un nuovo scenario: il Mar Rosso. Nello specifico lo Stretto di Bab el-Mandeb, un angusto braccio di mare ampio 18 miglia (circa 29 km) nel suo punto più stretto e diviso in due canali dall’isola yemenita di Perim, quello occidentale di 16 miglia e quello orientale di 2 miglia. Nonostante la sua grandezza non rilevante, questo stretto marittimo è uno snodo chiave per i flussi commerciali e la sicurezza energetica globale perché collega il Golfo di Aden e quindi l’Oceano Indiano al Mar Rosso. Da qui, risalendo il Canale di Suez si arriva al Mar Mediterraneo e poi ai porti europei.

La maggior parte del gas naturale liquefatto (GNL), del greggio e del petrolio del Golfo Persico e della Penisola Arabica transita per lo Stretto per raggiungere l’Europa e il Nord America attraverso il Canale di Suez o la Suez-Mediterranean (SUMED) pipeline. Il passaggio di Bab el-Mandeb è dunque tra i più decisivi per la sicurezza energetica, quantomeno europea.

Questo tratto di mare è oggi tra i punti più caldi del Vicino Oriente, in quanto le milizie sciite degli Houthi, sostenute dal regime di Teheran, da qualche settimana, hanno cominciato a colpire le navi mercantili in transito nonché unità navali statunitensi e francesi.

Gli attacchi sono in crescita per numero e complessità. Secondo quanto riportato dal Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM), gli Houthi hanno sferrato il 3 dicembre scorso quattro attacchi contro navi mercantili, nelle acque internazionali del Mar Rosso, a pochissima distanza dallo Stretto di Bab el-Mandeb. Il cacciatorpediniere USS Carney che pattugliava l’area ha risposto alle richieste di soccorso delle navi abbattendo tre droni. L’attacco multiplo è durato qualche ora e ha coinvolto quattordici paesi considerando le proprietà delle imbarcazioni, merce trasportata e bandiera. Gli Houthi hanno inoltre rivendicato l’attacco contro due navi israeliane, ma solo una di esse avrebbe un legame con un proprietario israeliano.

Per rispondere alla minaccia, Washington ha lanciato l’operazione Prosperity Guardian, finalizzata a proteggere le navi mercantili che battono la fondamentale rotta commerciale verso lo Stretto di Suez. Alla coalizione hanno aderito anche le marine di Gran Bretagna, Italia, Francia, Norvegia, Paesi Bassi, Bahrein e Seychelles. La Marina Militare parteciperà con la fregata, della classe Bergamini, Fasan, un’unità specializzata nella lotta antisom.

Diciamo subito che, come al solito, l’Unione Europea non ha dato una risposta pronta e coesa per tutelare la propria filiera di approvvigionamento energetico, lasciando che fossero gli Stati Uniti a prendere l’iniziativa. Tuttavia, sia la Royal Navy che la Marine National invieranno unità navali in grado di intercettare gli eventuali missili che lanceranno gli Houthi sia di colpire i siti di lancio in territorio yemenita.

Tutt’altro discorso per il Fasan. Innanzi tutto, pur aderendo alla richiesta di protezione della rotta commerciale, l’unità italiana non farà parte dell’operazione Prosperity Guardian ma bensì della già in essere operazione Atalanta, finalizzata al contrasto della pirateria nel Golfo di Aden. Le motivazioni sono essenzialmente due: da un punto di vista politico si è evitato il passaggio parlamentare (che sarebbe stato probabilmente assai acceso) per l’autorizzazione a partecipare a una nuova missione; dal punto di vista militare, invece, si riuscirà ancora una volta a nascondere le scarse capacità difensive, e le praticamente nulle capacità offensive, della classe Bergamini. Infatti, se l’incarico dovrà essere quello di difendere le navi in transito nel Mar Rosso, nonché difendersi dagli attacchi missilistici sferrati dagli Houthi, la fregata italiana appare una scelta quanto mai infelice. Il suo apparato, EMPAR, è un sensore di tiro non di scoperta, è stato concepito per supportare il Long Range  della classe Doria e dei Type 45 della Royal Navy, non funziona da sistema unico di scoperta e ingaggio. Quindi, il Fasan, non sarebbe in grado di intercettare, ad esempio, un missile cruise Soumar diretto contro una petroliera. Ricordiamo che la fregata Fasan è equipaggiata solamente con 16 celle VLS A50, in grado di lanciare i missili superficie-aria Aster-15 e 30, tuttavia appare improbabile, vista la carenza di munizionamento da parte della Marina, che tutte e 16 le celle siano piene. Per quanto concerne poi le capacità antinave e land attack, siamo messi assai male. Infatti la fregata non imbarca missili antinave, nonostante su alcune schede tecniche on line sia riportato il contrario, e non ha, ovviamente, sistemi missilistici in grado di colpire obiettivi terrestri. In conclusione, il governo italiano poteva risparmiarsi di inviare una classe Bergamini in un contesto operativo dove la minaccia missilistica è assai elevata, con un equipaggio, tra l’altro, poco preparato.

Vediamo ora l’arsenale missilistico degli Houthi.

Nel corso del conflitto contro l’Arabia Saudita e gli Emirati, gli iraniani hanno provveduto a rifornire e addestrare le milizie sciite yemenite, rifornendole di molteplici sistemi d’arma antinave. Dai vettori tattici a corto raggio (200-700 km) a propellente liquido derivati dagli SCUD-B e dai HWASONG 5 e 6 nordcoreani (che gli iraniani hanno rinominato SHAHAB 1/2 e QIAM 1), a quelli a propellente  solido basati sulle varianti dei FATEH 110 di diversa generazione, con gittate comprese tra i 200 e i 500 km, come nel caso del FATEH 313.

Nel campo dei cruise, invece, gli Houthi dispongono di due modelli di missili da crociera a lungo raggio: il già citato SOUMAR e il derivato HOVEYZEH, accreditati rispettivamente di gittate pari a 700 e 1.200 km. Per le gittate intermedie dispongono dei QUDS 1 e YA-ALI (600/900 km), quest’ultimi derivati dal missile ex sovietico aviolanciabile Kh-55.

Fonti: Web


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