Il combattimento negli agglomerati urbani ha assunto, negli ultimi anni, anche alla luce degli impegni dell’Esercito Italiano in teatri fuori area, un’importanza crescente.
Nelle aree urbane, infatti, si possono trovare una serie di ostacoli non solamente di natura tattica ma anche, e soprattutto, di natura ambientale.
Tali impedimenti incidono negativamente sia sul movimento degli attaccanti sia sul supporto di fuoco, anche per la possibile presenza di non combattenti.
Parliamo delle cosiddette operazioni MOUT (Military Operations on Urban Terrain), le quali si svolgono, spesso, in condizioni di restrizione al fine di evitare danni collaterali che causerebbero un effetto negativo sullo svolgimento delle azioni.
Le MOUT possono svolgersi come veri e propri combattimenti ad alta intensità, oppure articolarsi in azioni isolate, nelle quali possono essere coinvolti sia militari che civili. Sono indispensabili la massima tempestività, rapidità di esecuzione e soprattutto coordinazione tra le varie componenti dei reparti impiegati.
Tale automatismo si ottiene solamente addestrando il personale a saper fronteggiare ogni tipo di operazione.
Appare quindi evidente come le procedure e le tecniche da applicare in un contesto di urban warfare debbano essere sempre più perfezionate, attraverso un addestramento sul terreno, cercando di creare situazioni quanto più realistiche possibili.
“Gli edifici di una città sono come barriere frangiflutti. Spezzano le formazioni nemiche e le costringono a incolonnarsi lungo le strade. Per questo dobbiamo occupare saldamente le costruzioni più solide, stabilendovi piccole guarnigioni capaci di far fuoco a 360° nel caso in cui vengano accerchiate”.
Così si esprimeva nel 1942 il generale Čujkov, comandante della 62 ͣ Armata delle Guardie, nella battaglia di Stalingrado. Allo stesso modo si poteva esprimere un marine americano a Falluja, in Iraq nel 2004 oppure un combattente curdo tra le macerie di Kobanê, in Siria, nel 2014.
Uno degli aspetti più rilevanti, nel combattimento urbano, è la tendenza delle forze attaccanti a “canalizzare” la spinta offensiva lungo le vie sgombre da ostacoli e macerie. Tuttavia è l’estensione verticale del campo di battaglia che rappresenta l’elemento cruciale del combattimento nei centri urbani. Un combattente è abituato a ragionare in termini di avanzata e ritirata, ma nelle aree urbane i soldati devono abituarsi a considerare anche la terza dimensione: controllare il pianterreno di un edificio non significa aver messo in sicurezza l’intera posizione, né tantomeno essere al riparo da un eventuale contrattacco dell’avversario.
Nella battaglia di Ortona, nel 1943, i Fallschirmjäger tedeschi utilizzarono le cantine per colpire i carri armati canadesi nella parte inferiore dello scafo, dato che questi erano costretti a inerpicarsi sui cumuli di macerie e a esporre così al fuoco la parte meno protetta dei veicoli corazzati. Nel corso della Prima Guerra Cecena, nella città di Grozny, i cannoni degli MBT e IFV russi non avevano un alzo sufficiente per battere i piani superiori dei palazzi, quindi i miliziani ceceni ne approfittarono per colpirli dall’alto con i sistemi controcarro.
A Fallujah, nel 2004, i marine e i fanti della 1ͣ Divisione Corazzata erano divisi in piccoli team, specificatamente formati per la lotta in ambiente urbano. Erano equipaggiati con grossi quantitativi di bombe a mano, cariche esplosive, attrezzi per aprire varchi nei muri e tagliare catene. Una delle tattiche maggiormente usate era quella di costringere i miliziani a rivelarsi, facendoli aprire il fuoco, a questo punto entravano in azione le armi d’appoggio, da terra come dall’aria.
La maggior parte delle azioni offensive sono avvenute di notte, sfruttando la superiorità tecnologica occidentale attraverso l’impiego di visori notturni, sistemi di puntamento laser, camere termiche, etc.
Le forze americane hanno dimostrato a Fallujah una grande capacità di combattimento in ambito urbano. È altresì vero che si erano preparati da tempo, attraverso un’ampia manualistica disponibile, frutto di esperienze negative come quella di Mogadiscio nel 1993.
I soldati americani sono riusciti a mettere in campo un ottimo coordinamento fra la funzione fuoco e quella di movimento, mantenendo un costante contatto radio nonché capacità di adattarsi alle mutevoli situazioni tattiche.
Combattimenti come quelli di Fallujah hanno evidenziato come i centri urbani moltiplicano sia gli ostacoli per gli attaccanti, sia le opportunità per chi deve difenderli. Tuttavia, una complessa dimensione spaziale non il solo problema che i combattenti devono affrontare. Spesso nelle aree urbane si combatte alla cieca: i campi di tiro sono assai limitati, spesso i soldati, penetrando in ambienti poco illuminati, devono affidarsi all’udito più che alla vista, mentre esplodono brevi raffiche e lanciano bombe a mano.
Assieme alla sconcertante complessità verticale del terreno della lotta, il buio artificiale che spesso cancella le differenze tra il giorno e la notte, immergendo lo scontro in un’unica e confusa dimensione di semi cecità, è la caratteristica più spiccata dei combattimenti nei centri urbani.
Altro elemento chiave – tipico dei centri urbani – è la presenza dei civili. Il loro ruolo e la loro importanza dal punto di vista tattico, andrebbe analizzato caso per caso ma rappresenta comunque una importante variabile rispetto alle operazioni in terreno aperto. Nella rivolta di Budapest del 1956, ad esempio, una parte della popolazione affiancò i difensori, partecipando ai combattimenti. Questo rende la lotta nei centri abitati un ibrido tra guerra convenzionale e asimmetrica, dove i confini si fanno meno certi, e le tattiche non convenzionali (imboscate, infiltrazioni, cecchinaggio, etc.) sono impiegate da tutte le parti in lotta, e il confine tra combattenti e non combattenti viene spesso superato nel corso dell’azione.
Si tratta indubbiamente di una forma di combattimento estremamente attuale nella nostra epoca.
Il nostro pianeta si sta urbanizzando in maniera esponenziale: megalopoli di dieci milioni di abitanti già caratterizzano molti paesi, specie nelle zone più povere del mondo. Le conseguenze di chi deve pianificare operazioni militari sono, ovviamente, di grande rilevanza, le città costituiscono un terreno tattico non solo per i conflitti convenzionali ma anche per chi volesse sollevare una insurrezione. Nelle sovraffollate città dell’Europa Occidentale, il combattente clandestino ha le migliori possibilità di sopravvivere e può arrecare danni sia ai civili che alle forze di sicurezza.
Come i recenti fatti di Parigi hanno dimostrato, gli attacchi terroristici in città, sono la tattica maggiormente usata dalle milizie jihadiste per combattere la loro guerra contro l’Occidente.
Un Paese che sicuramente ha elaborato dottrine all’avanguardia per quanto riguarda la urban warfare è sicuramente Israele. Infatti, la maggior parte delle operazioni antiterrorismo e di sicurezza, dello Stato ebraico, si svolgono in un ambiente altamente urbanizzato. Tale contesto tattico richiede da parte delle IDF elevatissime capacità nel urban warfare, paragonabili in ambito NATO solo all’esperienza maturata dai contingenti britannici nell’Irlanda del Nord e alle forze americane in Iraq.
Dato che il supporto aereo e d’artiglieria, in un centro abitato, hanno un utilizzo limitato, anche le IDF ricorrono a piccoli team specializzati di genieri da combattimento. Nella tipologia di urban warfare che le forze israeliane sono chiamate ad affrontare è “normale” che si tirino bombe di mortaio in un edificio scolastico, che dei cecchini sparino da strutture pubbliche o che si assalti un autobus parcheggiato in una strada affollata. In pratica si tratta di una guerriglia continua in centri urbani sovraffollati come Gaza, West Bank e Ramallah.
Visto che spesso le porte delle abitazioni dei miliziani palestinesi ricercati sono trappolate con delle cariche esplosive, i genieri delle IDF entrano da una casa adiacente, aprendo un varco nel muro di confine oppure fanno largo uso dei veicoli corazzati del Genio, come il Puma. Inoltre vengono impiegati tiratori scelti per il tiro di counter-sniper, colpendo eventuali rinforzi dei miliziani oppure eliminando cecchini avversari.
UNDRGROUND WARFARE
Le operazioni militari, all’interno di gallerie e tunnel, stanno assumendo un’importanza sempre maggiore, specialmente se contestualizzate all’interno di grandi agglomerati urbani.
Sia milizie militari che organizzazioni criminali utilizzano le gallerie scavate nel sottosuolo per raggiungere i propri obiettivi. In ambito militare, se facciamo riferimento alla Grande Guerra sul fronte italiano, truppe da montagna austriache e italiane ingaggiarono aspri combattimenti con tunnel e contro-tunnel. Nell’aprile 1916 gli alpini, dopo circa tre mesi di immani sforzi, scavarono una galleria sotto le posizioni austriache sul Col di Lana, posizionandovi una carica esplosiva la cui deflagrazione costò la vita a più di cento soldati austriaci.
In tempi più recenti sia i Viet Minh, contro i francesi, che successivamente i Vietcong, contro gli americani, realizzarono una vasta rete di gallerie interrate, andando a costituire un importantissimo sistema logistico e di comunicazione, il quale si rivelerà molto importante per il successo finale del Vietnam del Nord.
Per quanto concerne il Medio Oriente, le prime tracce di tunnel rinvenuti in Palestina risalgono al 1984, allorquando le IDF ne localizzarono alcuni. Inizialmente vennero considerati come semplici passaggi per contrabbandare merci varie, senza che destassero alcuna preoccupazione di natura militare. Tuttavia anche in Libano si cominciano a realizzare tunnel sempre più estesi, i miliziani di Hezbollah potevano avvalersi della consulenza dei consiglieri iraniani nonché, sembrerebbe, anche dei nordcoreani, ritenuti i massimi esperti nel settore.
Dopo il ritiro nel 2000 dalla “fascia di sicurezza”, le IDF hanno calcolato che le milizie sciite sono state in grado di realizzare qualcosa come 500 gallerie.
La caratteristica principale di queste gallerie è il fatto che vengono celate in luoghi dall’apparenza innocua, quali ad esempio pollai, fattorie o piantagioni. Ben costruite e mimetizzate, le gallerie sono i luoghi dai quali i miliziani jihadisti sono in grado di lanciare salve di razzi contro lo Stato d’Israele. In anni recenti è aumentata la sofisticazione: in alcuni tunnel sono stati installati dei dispositivi a tempo, in modo da permettere l’apertura automatica delle porte d’ingresso; altri sono preparati per avvicinarsi alla frontiera sud, dalla quale sferrare incursioni. La particolarità è che non si tratta di scavi isolati ma di una rete di gallerie con più uscite e depositi.
La Seconda Guerra del Libano (2006) ha evidenziato le difficoltà delle IDF nelle operazioni di combattimento nei tunnel.
Le milizie jihadiste riuscirono a tendere agguati, con lanciarazzi Rpg-29 e missili controcarro Kornet, alle forze meccanizzate israeliane uscendo all’improvviso dai tunnel, per ritornarvici subito dopo, sfuggendo così ai contrattacchi degli avversari.
Visti i successi dei tunnel in Libano, anche Hamas adottò tale strategia una volta preso il controllo della Striscia di Gaza nel 2007. Grazie alle gallerie, i miliziani di Hamas, possono colpire con azioni spettacolari, dal grande impatto mediatico. Allo stesso tempo rendono difficoltose le operazioni delle IDF, costringendole a muoversi con estrema prudenza.
In pratica l’utilizzo dei tunnel/gallerie offrono almeno quattro vantaggi significativi: garantiscono un’azione segreta al fine di organizzare un’infiltrazione, tendere un’imboscata a una pattuglia; costituisce una via di fuga; limitano la potenza di fuoco del nemico; consentono di condurre attacchi senza esporsi eccessivamente.
I miliziani di Hamas – secondo quanto sperimentato – costruiscono passaggi sotterranei concepiti per condurre operazioni, quindi servono quelli adibiti alla resistenza, quelli per i centri di comando e controllo (C2) e infine gli spazi per lo stoccaggio di munizioni e viveri.
Tale dottrina è frutto delle esperienze maturate in anni di scontri e che ricorda, in misura ridotta, le tattiche impiegate dai Vietcong.
I genieri di Hamas sono stati tra i primi a realizzare tunnel sotto gli avamposti degli israeliani per poi riempirli di esplosivo e farli detonare.
Parallelamente, le IDF, hanno iniziato ad affrontare il problema.
Dopo aver pagato un alto prezzo, in termini di vite umane, gli israeliani hanno incrementato gli investimenti e le analisi. Alla fine, riportando alla luce anche progetti precedentemente accantonati, sono emerse le prime risposte. La svolta è stata la creazione di un centro di coordinamento dove sono confluiti tecnici di esperienza diversa, ognuno con il proprio expertise.
Infatti, in seno alle IDF, esiste l’unità Yahalom (abbreviazione di “unità di genieri delle Operazioni Speciali”). Al suo interno opera la compagnia Samur, il cui personale è appositamente addestrato nel trovare, distruggere e, se necessario, combattere nei tunnel e nelle gallerie. L’unità è dotata di mezzi per operare all’interno dei tunnel, compresi i sistemi di comunicazione e di respirazione. In realtà, l’IDF preferisce evitare di entrare nei tunnel che ha rilevato, se possibile, perché la parte attaccante non ha alcun vantaggio in un tunnel. Questa capacità è finalizzata a uno scenario in cui un soldato è stato rapito o per attaccare le posizioni di comando e controllo sotterranee del nemico.
Durante l’operazione Margine di Protezione, del 2014, le milizie di Hamas e della Jihad islamica hanno effettuato numerosi attacchi in territorio israeliano utilizzando tunnel transfrontalieri. I terroristi hanno attaccato una torre fortino dell’IDF vicino a Nahal Oz, uccidendo cinque soldati. Il 1° agosto 2014, una forza di Hamas ha violato il cessate il fuoco, uccidendo tre soldati della Brigata Givati, ed è fuggita attraverso un tunnel offensivo fino a Rafah, portando con sé il corpo del tenente Hadar Goldin. Un totale di 34 tunnel transfrontalieri utilizzati da Hamas, sono stati distrutti. I tunnel rilevati dall’IDF durante l’operazione Margine di Protezione erano certamente costruzioni complesse, ciascuno con un numero di pozzi di ingresso e di uscita.
Non appena è stato rilevato un tunnel, le forze dell’IDF sono intervenute per isolare l’area operativa e rilevare ulteriori pozzi e ramificazioni. L’Unità Samur ha piazzato esplosivi per demolire il tunnel. Sono stati utilizzati numerosi metodi per demolire i tunnel durante l’operazione Margine di Protezione, compreso il bombardamento aereo con bombe JDAM (chiamate “perforazioni cinetiche”), l’uso dell’acqua per far crollare il tunnel e l’uso di esplosivi liquidi. In retrospettiva, l’IDF ha appreso che il bombardamento aereo dei pozzi del tunnel rendeva più difficile rilevare i tunnel stessi.
Ovviamente un possibile teatro strategico in cui la presenza di tunnel sia rilevante non è solo una questione mediorientale. Il Pentagono ha lanciato diversi programmi in risposta all’impiego dei tunnel, prendendo in considerazione l’aggiunta della “dimensione sotterranea” alle altre componenti di un conflitto.
Gli analisti prevedono un aumento di conflitti nei contesti urbani e nelle c.d. “megacities”, ovvero città con enormi aree metropolitane, dentro le quali il sottosuolo riveste un ruolo fondamentale.
Nel dicembre 2017, la DARPA (l’Agenzia di Ricerca e Sviluppo del Dipartimento della Difesa americano) ha indetto un bando d’appalto finalizzato all’acquisizione di tecnologie in grado di mappare, navigare e perlustrare il sottosuolo.
Il programma punta anche a testare robot e sistemi che potrebbero permettere ai militari di esplorare ambienti sotterranei non esponendosi a rischi eccessivi.
Per quanto concerne invece le capacità di combattimento all’interno di tunnel, la REF (Rapid Equipping Force) dello U.S. Army ha ricevuto, già nel 2012, una richiesta della 2 ͣ Divisione di Fanteria per acquisire equipaggiamenti idonei alle operazioni all’interno dei tunnel.
Le criticità riguardavano, soprattutto, le difficoltà delle comunicazioni nel sottosuolo. Per ovviare a ciò è stata sviluppata una rete wireless ad hoc, che può essere posizionata dai soldati mentre avanzano all’interno della galleria, capace di garantire un contatto sicuro e una situational awareness maggiore sia all’interno tra chi opera nelle gallerie e chi rimane fuori.
Allo stesso tempo, lo U.S. Army, ha intensificato le attività riguardanti la formazione al combattimento sotterraneo. Nel 2017 ha investito oltre 570 milioni di dollari per dotare 26, delle 31 brigate operative, di equipaggiamenti e addestramento idonei per il combattimento in “strutture sotterranee estese”.
Il Dipartimento della Difesa americano dispone di una mezza dozzina di centri di addestramento dove vengono riprodotte condizioni “reali” di uno scenario sotterraneo. Tra i più avanzati, il Muscatatuk Urban Training Center (nell’Indiana) e il Tunnel Warfare Training Center di China Lake, California.
Il primo è un poligono con una superficie di circa 4 km² che viene utilizzato da vari enti governativi, militari e civili per il training in ambiente urbano. Ospita più di 120 strutture, con edifici, scantinati, aree industriali, favelas, e persino un quartiere allagabile, riservato alle squadre di soccorso della protezione civile. Importante la rete di tunnel – lunga più di un miglio (1609 metri) – così come una finta stazione della metropolitana dove si addestrano i nuclei CBRN. Le gallerie hanno bunker di comando, passaggi angusti, trappole, ossia presentano quelle situazioni che i marines o i ranger potrebbero incontrare dal Medio Oriente all’Asia.
Il Tunnel Warfare Training Center di China Lake è stato inaugurato nel 2002, partendo dal complesso della U.S. Navy, sfrutta le innumerevoli miniere abbandonate (nel recente passato sono state utilizzate per addestrare le forze statunitensi impegnate in Afghanistan contro le milizie talebane, abili nello sfruttare caverne naturali come rifugi e depositi).
Appare quindi indubbio che un esercito moderno debba essere in grado di operare nel sottosuolo, sviluppando tecniche e mezzi che possano permettere ai soldati di operare nel migliore dei modi. Sicuramente la tecnologia può dare un grosso contributo, per esempio con i mini-robot semoventi equipaggiati con microfoni e telecamere, nonché di rilevatori per “fiutare” la presenza di gas nocivi.
Tuttavia, pur potendo disporre delle migliori tecnologie, nulla potrà mai sostituire l’addestramento ad operare in un ambiente particolare come quello sotterraneo. Disporre quindi di centri appositamente configurati per l’addestramento del personale appare un’esigenza imprescindibile.
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