Mentre scriviamo il fronte europeo atlantista è quanto mai compatto nel sostenere l’Ucraina contro l’attacco russo.
I paesi europei della NATO, dopo circa quattro anni dall’inizio dell’ Operazione Speciale di Mosca, hanno svuotato i depositi delle rispettive forze armate di tutto ciò che era possibile inviare agli ucraini. Fornendo al contempo addestramento specifico, secondo le dottrine attualmente in uso in ambito NATO, nel settore della guerra corazzata e della difesa antiaerea alle forze militari ucraine.
Tuttavia ciò che i militari occidentali hanno potuto insegnare si è rivelato poco efficace nei confronti di un nemico addestrato ed equipaggiato per combattere un conflitto convenzionale ad alta intensità. Da circa venticinque anni la NATO si addestra a combattere gli insurgents (talebani, miliziani jihadisti, terroristi di varie etnie, etc), sviluppando dottrine rivolte a guerre asimmetriche dove l’Alleanza ha la piena superiorità tecnologica e il totale controllo della terza dimensione. Manovre corazzate/meccanizzate a livello brigata, come ingenti schieramenti di artiglieria monotubo e pluri tubo, appartenenti al periodo della Guerra Fredda, sono state quindi dimenticate dagli attuali quadri dell’Alleanza.
Lo si è visto in modo evidente nella fallita controffensiva ucraina, lanciata nel mese di maggio del 2023, con grandi aspettative da parte di Kiev (così almeno venne propinato ai media occidentali) e miseramente fallita dopo pochi mesi. Lo spreco di soldati e mezzi è stato enorme, bloccando di fatto ogni possibile iniziativa futura degli ucraini. Quest’ultimi hanno attaccato in piccoli nuclei (in genere un paio di carri pesanti più qualche AIFV e ruotato) vari punti della linea difensiva russa, la quale era fortemente presidiata con gruppi di artiglieria semovente e lanciarazzi pesanti campali, inoltre un ruolo importante è stato ricoperto dalle loitering munitions, che hanno causato diverse perdite tra le fila dei militari di Kiev. In pratica, nonostante gli europei e gli americani avessero fornito ai militari ucraini carri armati moderni, l’incapacità di impiegarli nel miglior modo possibile, ha causato la distruzione della maggior parte di essi, con l’impossibilità di rimpiazzarli in tempi brevi.
Al momento, sul fronte ucraino, l’iniziativa è tornata in mano a Mosca, nonostante il forte appoggio occidentale a Kiev. In sintesi si potrebbe già certificare l’ennesimo fallimento della strategia americana, fallimento che coinvolge, obtorto collo, l’intera Europa, incapace, ancora una volta, di esprimere una politica estera autonoma.
In effetti la NATO (acronimo di North Atlantic Treaty Organization) non è un’alleanza nell’accezione reale del termine ma, bensì, si potrebbe definire come un accordo di protezione cooperativa, liberamente richiesto e liberamente accettato. Frutto, più che delle esigenze di protezione dei paesi europei dalla minaccia sovietica, dell’egemonia economica americana attraverso la creazione di un legame politico con l’Europa occidentale che, al contempo, permettesse anche l’affermazione del predominio del Capitalismo.
La creazione della NATO, nell’aprile del 1949, sollevò le proteste dell’Unione Sovietica, la quale sottolinea la natura aggressiva del Patto e la sua genesi in funzione anti sovietica, che violava apertamente gli accordi precedentemente stipulati. Di contro le cancellerie occidentali ne rimarcano, invece, la natura prettamente difensiva, contro le aggressioni armate in generale (a meno che ad aggredire non fossero gli Stati Uniti) nonché l’assoluto rispetto dei vincoli imposti dalla Carta delle Nazioni Unite.
Pochi sono a conoscenza che l’atto fondamentale che portò alla costituzione della NATO fu la penisola coreana, che trasformò l’Alleanza in una vera e propria istituzione politico/militare, così come la conosciamo oggi.
Sul finire della Seconda Guerra Mondiale, nel teatro del Pacifico, l’URSS aveva dichiarato guerra al Giappone, invadendo la Manciuria, occupata dalle forze nipponiche. L’Armata Rossa era avanzata all’interno della penisola coreana e, quando venne firmata la resa del Giappone, il 2 settembre 1945, si arrestò lungo la linea del 38° parallelo, mentre le forze americane occuparono la parte meridionale del Paese. Tale situazione geopolitica allarmò enormemente l’amministrazione Truman: se i comunisti avessero conquistato l’intera penisola coreana, dopo, sarebbe toccato all’Europa occidentale. Questo generò un ulteriore impulso al coinvolgimento militare americano nel Vecchio Continente con la conseguente necessità di creare un’organizzazione permanente di stati alleati, in funzione anti sovietica.
Quindi, la nascita della NATO, in un mondo diviso in due blocchi contrapposti, era dettata dalla necessità di garantire una risposta rapida ad una eventuale aggressione dell’URSS, ricorrendo anche all’uso dell’arma atomica, vista anche la disparità delle forze in campo (i sovietici potevano schierare al confine orientale fino a 180 divisioni corazzate/motorizzate). La strategia americana prevedeva che, per assorbire l’offensiva comunista, fosse necessario disporre di una profondità strategica che solo il territorio della Germania Ovest poteva garantire. Ciò significava riarmare il nemico appena sconfitto, alterando gli equilibri che si erano venuti a creare tra le potenze vincitrici dell’ultimo conflitto. Tutto questo costituiva un falso problema. Gli americani e i suoi alleati europei non avrebbero potuto arrestare un’eventuale invasione del Patto di Varsavia (costituito nel 1955), se non facendo ricorso all’arma nucleare.
La storia dell’Alleanza, nei successivi quarant’anni, sarebbe stata incentrare sul come utilizzare, in caso di conflitto, sistemi d’arma nucleari mantenendo al contempo una superiorità numerica in termini di testate atomiche.
Il problema principale per Washington era l’idea anglofrancese di voler costituire una forza europea dotata di capacità nucleari, quindi in grado di esprimere una deterrenza. Questo non poteva essere permesso, in quanto gli Stati Uniti avevano già elaborato una dottrina che prevedeva l’impiego delle armi nucleari, riservando all’Europa il solo ruolo di spazio geografico sul quale risolvere una eventuale crisi con il blocco orientale.
Gli americani non avrebbero mai permesso che l’Europa occidentale diventasse un soggetto attivo nelle relazioni tra le due superpotenze. Con lo sviluppo di vettori, da parte del Cremlino, in grado di colpire direttamente il territorio americano (ICBM), Washington si vide costretto a rivedere la propria dottrina circa l’impiego delle armi nucleari. Si passò allora alla “risposta flessibile” basata sul presupposto che l’efficacia del “primo colpo” (first strike) non era più garantita e che quindi si dovesse valutare la possibilità di resistere e reagire con un secondo, e questa volta decisivo, colpo (second strike).
Con l’immissione nel teatro europeo, da parte dei russi, dei missili balistici a medio raggio SS-20, nella seconda metà degli anni ’70 dello scorso secolo, inizia a scricchiolare l’Articolo 5 del Trattato Atlantico.
Esso recita che: “le parti convengono che un attacco armato contro una o più di esse in Europa o nell’America settentrionale sarà considerato come un attacco diretto contro tutte le parti, e di conseguenza convengono che se un tale attacco si producesse, ciascuna di esse, nell’esercizio del diritto di legittima difesa, individuale o collettiva, riconosciuto dall’art. 51 dello Statuto delle Nazioni Unite, assisterà la parte o le parti così attaccate intraprendendo immediatamente, individualmente e di concerto con le altre parti, l’azione che giudicherà necessaria, ivi compreso l’uso della forza armata, per ristabilire e mantenere la sicurezza nella regione dell’Atlantico settentrionale. Ogni attacco armato di questo genere e tutte le misure prese in conseguenza di esso saranno immediatamente portate a conoscenza del Consiglio di Sicurezza.
Queste misure termineranno allorché il Consiglio di Sicurezza avrà preso le misure necessarie per ristabilire e mantenere la pace e la sicurezza internazionali”.
La risposta militare, dunque, non è automatica. Più di uno statista europeo comincia a nutrire seri dubbi circa l’eventualità che gli Stati Uniti intervengano sul suolo europeo per difenderlo da un attacco del Patto di Varsavia, visto che i missili a medio raggio non possono colpire il territorio americano.
Tutti i dubbi vengono comunque dissipati nel 1989 con il crollo dei regimi comunisti dell’Europa dell’Est e, nel 1991, con la dissoluzione dell’Unione Sovietica: un’apparente vittoria dell’Occidente.
Al centro del dibattito politico europeo non c’era solo la necessità della continuazione dell’Alleanza Atlantica ma,soprattutto, la ricerca, da parte della Comunità Europea, di una propria autonomia nel settore della Difesa. La fine della Guerra fredda avrebbe potuto rappresentare una svolta storica per quella che, nel 1993, sarebbe diventata l’Unione Europea, attraverso la creazione di una struttura di comando condivisa in grado di gestire in piena autonomia, ad necessitatem, le crisi internazionali che da lì a breve si sarebbero succedute. Ciò avrebbe comportato una cessione di sovranità da parte degli stati membri, con in testa la Francia che, come al solito, difficilmente avrebbe rinunciato alla sua autonomia in materia di sicurezza e politica estera.
Certe volte la cura è peggiore del male. L’empasse venne superato con in convogliare la necessità europea di sicurezza all’interno dell’Alleanza Atlantica, in pratica d’ora in avanti, le esigenze di sicurezza dell’Unione sarebbero state le stesse della NATO e, quindi, degli Stati Uniti d’America.
Infatti, secondo il Concetto Strategico della NATO, discusso a Roma nel novembre 1991: “la sicurezza dell’America settentrionale (Stati Uniti e Canada) è legata in modo permanente alla sicurezza dell’Europa rappresentando l’efficace sforzo collettivo dei suoi membri in appoggio ai loro interessi comuni”.
La fusione tra le esigenze europee e la NATO divenne condizione imprescindibile affinché quest’ultima si potesse espandere verso Est, inglobando nazioni che solo pochi anni prima facevano parte del Patto di Varsavia.
Con il nuovo Concetto Strategico la NATO sanciva l’espansione delle proprie funzioni alle “operazioni fuori area”. In pratica, per garantire la sicurezza degli stati membri sarebbe stato necessario affrontare le cause di instabilità intervenendo militarmente, anche al di fuori di teatro europeo. Ciò avrebbe portato le nazioni alleate a un coinvolgimento diretto nella Guerra del Kosovo del 1999, nella guerra al terrorismo in Afghanistan nei primi vent’anni del XXI secolo e, soprattutto, anche se ancora in modo indiretto, nel conflitto russo-ucraino tutt’ora in corso.
Quando si parla di Esercito Europeo, a cosa esattamente ci si riferisce?
All’indomani del Trattato di Maastricht, Francia e Germania, hanno cercato di configurare una prima struttura embrionale di esercito comune: l’Eurocorps, ufficialmente creato al summit di La Rochelle del 22 maggio 1992.
L’Eurocorps è derivato della Brigata franco-tedesca creata qualche anno prima allo scopo di cominciare ad integrare le forze europee al di fuori delle strutture della NATO. Vista, tuttavia, la situazione geopolitica agli inizi degli anni ’90 dello scorso secolo, una simile forza europea poteva essere impiegata unicamente nelle missioni di peacekeeping. Francia e Germania hanno poi contribuito all’Eurocorps con una divisione a testa, mentre il Belgio contribuisce con la 1° Brigata Leggera, altre nazioni come la Spagna, la Polonia (entrata nel 2022) e il Lussemburgo forniscono ufficiali di staff per il Comitato Congiunto, composto dai capi di stato maggiore e da rappresentanti politici delle sei nazioni quadro. Il suo scopo è quello di assicurare l’indirizzo politico-militare, il coordinamento e le condizioni di impiego delle forze militari.
Va da sé che la storia di questo ultimo quarto di secolo ci ha insegnato che, l’indirizzo politico/militare dell’Europa, è stato dettato dalla NATO e, quindi, dagli Stati Uniti d’America.
Eppure il Comitato Congiunto potrebbe rappresentare lo strumento per cercare di creare realmente uno strumento militare europeo del tutto autonomo dalla catena di comando dell’Alleanza, in grado appunto di posizionare le capacità militari di ogni singola nazione europea sotto un unico comando politico/militare integrato. Perché prima di un esercito europeo servirebbe una struttura politica in grado di prendere decisioni autonome, nell’interesse collettivo europeo, una sorta di confederazione di stati che si occupi della politica di Difesa ed Estera dell’Unione Europea.
Questo comporterebbe, inevitabilmente, una cessione di sovranità nonché, da parte dei singoli paesi, significherebbe mettere a disposizione assetti sostanziosi delle proprie forze armate, alle dipendenze di un unico comando integrato che risponderebbe alle decisioni politiche del Comitato Congiunto. Sarebbe una struttura,dunque, molto simile a quella dell’Alleanza Atlantica, se non che quest’ultima esprime come comandante supremo sempre e solo un alto ufficiale americano, escludendo così ogni possibile interferenza europea nella gestione diretta della macchina militare.
L’aspetto militare, seppur subordinato al potere politico, rappresenta un tassello fondamentale per un eventuale affrancamento della UE al controllo atlantico. In particolare lo sviluppo di una forza aeronavale congiunta (la Marine Nationale francese è l’unica in possesso di una portaerei a propulsione nucleare, il Charles de Gaulle), consentirebbe di proiettare potenza a lunghe distanze e proteggere al contempo le rotte commerciali marittime – come gli stretti che consentono l’accesso al bacino del Mediterraneo – fondamentali per la sopravvivenza economica del Vecchio Continente.
Altra questione spinosa sarebbe quella delle armi nucleari, attualmente, in ambito Unione, in possesso alla sola Repubblica Francese. Difficilmente Parigi permetterebbe una gestione condivisa del suo arsenale atomico.
Anche se fosse, il problema potrebbe essere superato dal momento che le armi atomiche costituiscono un deterrente, il cui utilizzo avverrebbe unicamente come soluzione estrema, in risposta, a sua volta, a un attacco sferrato con le medesime armi.
Gli eventi storici degli ultimi anni hanno inevitabilmente dimostrato come gli interessi americani vadano in conflitto con quelli europei, per tale motivo i tempi sono ormai maturi perché la UE avvii un processo politico/militare che gli permetta di affrancarsi dalla egemonia di Washington e perseguire obiettivi strategici propri, ovvero acquisire quello status di superpotenza, pena l’irrilevanza nei futuri scenari internazionali.
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